Da Caporetto al Coronavirus: l’Italia sconfitta da se stessa

di Gabriele Bonafede

Come a Caporetto nel 1917, l’Italia di oggi non è stata sconfitta solo dal “nemico”, ma soprattutto da se stessa. Prima si fa autocritica e meglio è. Finora non si è vista autocritica da parte di nessuno.  Il che non è un buon segno, né di responsabilità, né di maturità. Tanto meno è garanzia per migliorare la situazione.




Nel settembre del 1917, dopo l’XI battaglia dell’Isonzo, il comando del regio esercito italiano sapeva benissimo che gli austro-tedeschi avrebbero lanciato un’offensiva. Sapeva anche dove sarebbe stata lanciata: nella conca di Plezzo, vicino Caporetto.

Per due mesi, il comando diretto da Luigi Cadorna (foto in copertina “aggiornata”) non fece nulla di utile per prepararsi all’imminente offensiva. Fino a quando, a fine ottobre 1917, si materializzò l’attacco degli eserciti nemici.

Anzi. Il comando italiano affrontò la cosa con la paura di ammettere che bisognava passare alla difensiva, lasciando la seconda armata in posizione offensiva. Lasciando le linee scoperte alle infiltrazioni per le valli. Lasciando ordini cruciali sul come utilizzare l’artiglieria a un carrierista come Pietro Badoglio.




Il nemico di allora, l’esercito austro-ungarico sostenuto dai tedeschi, non considerava l’offensiva un’occasione per sbarazzarsi del fronte italiano nel conflitto. Gli obiettivi erano molto limitati: principalmente ridurre la pressione italiana sulle deficitarie armate austriache. Al massimo, nell’ipotesi più ottimista, prevedevano di arrivare al Tagliamento ed eliminare la minaccia su Trieste.

Gli italiani si fecero trovare talmente impreparati da trasformare Caporetto in una Caporetto: cioè in una sconfitta devastante. Le divisioni italiane si fecero trovare in posizioni indifendibili contro l’innovazione tattica dei tedeschi. Le artiglierie e le, poche, riserve italiane furono prese alla sprovvista. Intere divisioni si ritrovarono isolate sui monti e allo sbando, non per mancanza di coraggio dei fanti, ma per imperdonabile negligenza dei comandi.




Duecentomila prigionieri, tutto l’esercito in rotta, e costretto a ritirarsi ben oltre il Tagliamento. Sulla famosa, per noi vecchietti che abbiamo studiato un poco di storia a scuola, “Linea del Piave”.

L’Italia subì una sconfitta strategica che poi si rivelò decisiva in occasione dei negoziati di pace. A Caporetto l’Italia fu sconfitta da se stessa. Dalla propria impreparazione, dall’affidarsi a generali sbagliati e incompetenti, dal volere fare la guerra con una burocrazia insulsa e inefficiente. E con convinzioni evidentemente sbagliate e tuttavia non criticabili. L’Italia fu sconfitta soprattutto dalla propria presunzione e mancanza di autocritica. Basti pensare che le artiglierie di Badoglio tacquero. Non spararono nemmeno un colpo mentre i battaglioni tedeschi dilagavano nella conca di Plezzo.

Eppure, quella Italia, seppe reagire. Sostituì un incompetente, vanaglorioso e psicopatico, come Cadorna con il più pragmatico e realista Armando Diaz.




L’Italia di oggi è molto simile a quell’Italia del 1917. Il nemico di oggi, il coronavirus, ha annunciato da gennaio la sua offensiva. A fine febbraio è arrivato il colpo, che si credeva limitato. La reazione è stata inadeguata e presto si è capito che il “nemico”, il virus, aveva accerchiato e conquistato interi ospedali e devastava le pianure delle case di cura.

Il comando lo sapeva, ma non aveva predisposto nulla a difesa. Anzi. Negava e nega ancora l’evidenza: nemmeno le istruzioni più ovvie a paramedici e medici (fanti e ufficiali), nemmeno i tamponi (l’artiglieria) erano stati predisposti in quantità sufficiente. Tacque l’artiglieria. Decine di migliaia i morti, centinaia di migliaia i feriti, milioni i prigionieri nelle proprie case. E il massacro continua, imperterrito, giorno per giorno. In attesa che si affievolisca da solo. E in attesa di una crisi che si annuncia selvaggia e all’insegna del si salvi chi può.




Se l’Italia del 1917 seppe reagire, nulla di tutto ciò è visibile nell’Italia di oggi. Nessuno fa autocritica. Una valutazione degli errori? Macché. Chi ha portato al disastro non fa autocritica, non fia mai. Come non la fecero nemmeno Cadorna e tanto meno Badoglio a quei tempi, d’altronde. Vizio tipicamente italiano.

Anzi, gli italiani di oggi fanno persino peggio di allora. Sostengono con manifestazioni di approvazione persino gli alti comandi, i veri responsabili di una disfatta senza precedenti per l’Italia repubblicana. Così il Tagliamento è superato, il Piave pure. La pianura padana è preda del nemico fin dal primo momento. Il cuore dell’Italia è a pezzi. Ma non lo si vuole ammettere. Tutto va bene madama la marchesa. Tutto è andato come previsto: si è fatto quello che si poteva fare, obiettivamente. Obiettivamente?




 


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