Giulio Regeni: per una strada concreta verso la giustizia

di Giovanni Rosciglione

È una storia drammatica quella di Giulio Regeni e non è accettabile che la sua morte si perda nella spessa nuvola dell’oblio. Come terribile, mostruosa deve essere la condizione dei poveri genitori. Non voglio valermi di sterili dichiarazioni di pietosa partecipazione al dolore (se fosse mio figlio impazzirei), vorrei invece aprire un capitolo che forse può portare ad esiti meno fragili nella ricerca dei colpevoli e, quindi, nella loro punizione.




L’Egitto moderno si è sempre strutturato come uno stato non democratico, governato negli anni da moderni faraoni, che si sono tutti serviti di sistemi polizieschi, della delazione e della mano dura nei confronti degli oppositori: Nasser, Sadat, Mubarak e oggi al-Sisi. Uomini diversi, ma regimi sempre molto simili, perché tutti hanno preso il potere con colpi di Stato militari. E tutti i precedenti uccisi in attentati di musulmani estremisti.

Qui mi sembra tuttavia opportuno sottolineare l’importanza strategica della Nazione Egiziana nella politica mondiale. La sua posizione al centro di una continua guerriglia tra diverse e sanguinarie fazioni musulmane. Sisi si è insediato sconfiggendo i Fratelli Musulmani e gli estremisti sciiti.

Due cose voglio sottolineare che spiegano come l’Egitto, malgrado tutto, è un punto ineludibile di tutta la politica estera del Mondo: Il controllo del Canale di Suez, la posizione geopolitica e militare contro le frange musulmane più stragiste e sanguinarie, il controllo dei canali sotterranei che portano in Palestina e, quindi, la sicurezza di Israele. Pensare che qualche Paese possa fare a meno di interloquire con l’Egitto è illusorio.




In questo Egitto, quattro anni fa Giulio Regeni è stato torturato e ucciso da quella imprendibile e liquida organizzazione di agenti segreti perché probabilmente aveva raccolto argomenti per affermare che alcuni sindacalisti facevano il doppio gioco.

Forse è vero che i Giudici Egiziani non sono stati in grado di trovare l’assassino o gli assassini. Queste strutture in tutte le parti del mondo hanno meccanismi organizzativi che garantiscono il boia, che poi è l’ultimo della catena.

Con questo (che penso sia difficilmente contestabile) non voglio dire che bisogna rassegnarsi e basta. Tuttavia sono sempre stato del parere che non sia stato di aiuto il fatto che del caso Regeni si sia appropriato un colorato gruppo di persone dello spettacolo e dell’informazione politica trasformando quel dramma in un ripetuto siparietto del “Quanto buoni siamo noi e quanto è cattivo l’Egitto”: Giornali, talk come quello del caramelloso Fazio, le cupe e sgrammaticate lezioni morali di Roberto Saviano, o le Ballate tristi di Scanzi e così via. Vi immaginate Al Sisi che si commuove alle battute della Litizzetto … ?




Da quando questa triste storia è iniziata quattro anni fa, mi sono sempre fatta una domanda: chi ha mandato Giulio Regeni in Egitto con il compito (molto pericoloso) di indagare sulla strutturazione dei sindacati liberi che si opponevano alla politica governativa, lo ha informato del pericolo che affrontava e, soprattutto, lo informava che i suoi report spesso passavano anche ai Servizi Britannici? Perché così era! Così è stato.

Ho scoperto da tempo – anche leggendo romanzi inglesi (vedi Mc Ewan in “Miele” Einaudi Ed.) – che le due grandi e prestigiose Università Inglesi (sia Oxford che Cambridge) hanno un settore di collegamento con i servizi, per utilizzare quelle informazioni che i docenti e i ricercatori impegnati nella politica estera possono trovarsi in mano, se ritenuti utili alla politica del Paese. Penso che questo modo di comportarsi sia ammissibile ad una sola condizione. E cioè, che il docente o il ricercatore siano messi al corrente del fatto che il loro lavoro può trasformarsi in materiale d’uso dei Servizi Segreti.

Non sono dei James Bond. Sono studiosi, anche giovani ed entusiasti come Regeni.

E allora?




Il punto è: l’Italia ha una vera politica estera? L’Italia punta ad avere prestigio e peso nel mondo? L’Italia ha strutture, uomini, collegamenti e strumentazioni per fare il proprio gioco in situazioni drammatiche e difficili come questa?

Retoriche domande le mie. L’Italia non ce le ha: contiamo sempre di meno nel mondo, nel mondo tutto, perché il Pianeta oggi è sempre più piccolo.

Forse potremmo essere più efficaci se portassimo il caso Regeni in Europa. Non possiamo rassegnarci di fronte a questo strazio e tacere verso chi si fa beffe della democrazia.





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