Mafia e antimafia a teatro. L’opera di Cesareo

di Pasquale Hamel

Bisogna aspettare vent’anni dalla pubblicazione del dramma di Sturzo, prima che un altro intellettuale siciliano si confronti sulla scena col tema mafia; infatti, solo nel 1921, un illustre cattedratico (senatore del Regno d’Italia), più noto come poeta, come il messinese Giovanni Alfredo Cesareo, scrive una commedia dal titolo inequivocabile La Mafia.

Giovanni Alfredo Cesareo fu uno dei primi autori a parlare di mafia a teatro

Giovanni Alfredo Cesareo fu uno dei primi autori a far entrare aspetti della mafia e dell’antimafia a teatro

La commedia di Cesareo, a giudizio dei critici, cito per tutti il nostro indimenticato Pietro Mazzamuto, è un testo che dimostra una grande abilità drammaturgica e una non comune capacità di introspezione psicologica. Cesareo riduce in forma teatrale il complesso universo mafioso di cui coglie la articolata dimensione antropologica e sociologica e la eccezionale capacità mimetica che ne favorisce l’inserimento nella complessa trama del potere siciliano e non solo.

La storia narrata è un episodio tratto dalla quotidianità della vita siciliana, una vicenda che potremmo definire abbastanza comune fra l’ottocento e il primo quarto del novecento. Il racconto di un amore contrastato fra la figlia di un prefetto, che afferma di essere venuto in Sicilia per “domare la mafia”, e il figlio di un barone locale che si oppone a queste nozze adducendo antistoriche ragioni di rango. L’amore paterno spinge il prefetto a chiedere aiuto ad un suo compare anch’esso blasonato, un marchese d’antico casato, che consiglia all’amico di rivolgersi al cavaliere Rasconà, un avvocato abbastanza noto ma, soprattutto, un potentissimo capomafia. Il losco personaggio coglie al volo l’occasione offertagli e, com’era naturale, si mette a disposizione del prefetto per risolvere il problema.

Rasconà per convincere il riluttante barone gli fa rapire il figlio minacciandolo di morte se il padre non darà il consenso alle nozze. Il barone, intimidito dalla minaccia è costretto a sottomettersi al ricatto. Le nozze potranno dunque celebrarsi con la benedizione mafiosa. Resta il fatto che il prefetto, in questo caso incarna lo stato, si piega al compromesso con la mafia. Lo Stato pertanto viene a patti con quello che dovrebbe essere l’antistato, divenendo così complice del sistema mafioso.

Anche Don Luigi Sturzo portò a teatro una pièce sulla mafia all'inizio del XX secolo.

Anche Don Luigi Sturzo portò a teatro una pièce sulla mafia all’inizio del XX secolo.

Il risultato è che il prefetto, lui che era “venuto per domarla”, in poche parole cade nelle mani di quella mafia che, bella l’immagine che ci offre Cesareo, in Sicilia e nei luoghi di potere “la si respira nell’aria”. Interessante, nel testo di Cesareo, che risente del clima di quegli anni che precedono il fascismo, è anche il contenuto ideologico che si sostanzia nello scontro fra il barone, conservatore e però anche nemico del sistema mafioso in quanto crede nella legalità, e il Rasconà il mafioso che non ha pregiudiziali politiche, espressione di una duttilità tipica della politica giolittiana di quel tempo.

Ben chiaro all’autore è il ruolo che esercitano la mafia e i mafiosi, pronti ad accordarsi più che a scontrarsi con il potere e che evidenzia l’dea forte di una mafia come sistema di potere parallelo. In questo senso Cesareo coglie il significato oscuro del potere mafioso, la sua capacità di incunearsi nei luoghi di potere ma anche il cambiamento, la mutazione genetica dello stesso fenomeno criminale nel momento in cui si sposta dalla campagna, dove per decenni ha affiancato il potere baronale, per guadagnare lo spazio cittadino.

Il limite dell’opera dal punto di vista del messaggio che ne viene fuori è che in fondo, pur offrendo l’immagine di comportamenti distorti e moralmente non accettabili, il Cesareo cade nella retorica allora corrente, quella di una mafia, e quindi dei mafiosi, come dispensatrice di giustizia sostanziale, quella giustizia che le regole formali e le procedure, quindi la legalità, troppo spesso non consentono di cogliere. Un messaggio che, in termini banali, si traduce, ma siamo convinti che non fosse proprio questo che l’autore voleva rilanciare, in un riconoscimento di legittimità dello stesso potere mafioso capace di assicurare quella giustizia sostanziale che è poi quella che interessa il cittadino. L’opera di Cesareo, nonostante il suo interesse, per quanto ci risulta, non ha avuto molto successo, l’ultima messa in scena è avvenuta a Siracusa qualche anno fa in un contesto particolare che tendeva a portare l’attenzione sulla cosiddetta “trattativa.”

 

Foto di Cesareo tratta da Wikipedia, CC BY-SA 3.0, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=3957291

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