Perché voto No all’amputazione del Parlamento italiano

Il taglio dei parlamentari rappresenta nel complesso un arretramento della democrazia e un’avanzata di populismi e meccanismi autoritari

di Franco Amata

Io voto No all’amputazione del Parlamento per molte ragioni. E in particolare, ecco i principali motivi.

Perché trovo risibile la motivazione principale – i risparmi di spesa – addotta dai fautori del taglio: si tratta di cifre assai marginali, a fronte di danni profondi e duraturi.



Parlamento, italiano, seduta comune

Perché la lotta alla “casta” e ai “privilegi della casta” vale, per questi demagoghi da un tanto al chilo, solo per le poltrone degli altri e per i privilegi degli altri (vero Di Maio?). Ridurre ora le indennità dei parlamentari, no? Adesso, non a risultato referendario acquisito. Adesso e non domani o fra un anno o alla prossima legislatura.

Perché trovo preoccupanti e pericolose le pulsioni anti-parlamentari che stanno alla base di questa scelta e che sono le stesse che sorreggono la filosofia grillista e casaleggiana della cosiddetta democrazia diretta (meglio: eterodiretta) alla Rousseau. E che si collocano in oggettiva sintonia con gli orientamenti anti-parlamentari e autoritari della destra.

Perché ridurre il numero dei parlamentari non semplifica né razionalizza il lavoro di Camera e Senato e non velocizza la definizione dell’iter legislativo. Serviva, invece, serve e servirà anche dopo il referendum (e indipendentemente dal suo esito) diversificare compiti e funzioni delle Camere, modificare procedure farraginose e duplicazioni, cancellare bizantinismi, eliminare inestricabili gineprai burocratici, etc.



Il taglio favorisce il controllo delle oligarchie di partito sul Parlamento

Perché, senza una radicale riscrittura della pessima legge elettorale oggi in vigore, anche i nuovi deputati e senatori continuerebbero ad essere scelti dalle oligarchie di partito e paracadutati nei diversi collegi elettorali, in cui i cittadini devono solo limitarsi a prenderne atto e a ratificare. O rinunciare a votare, per segnare il distacco e il rifiuto di questa sostanziale limitazione del diritto di voto e di scelta dei propri rappresentanti. Secondo il collaudatissimo sistema tuttora vigente in molti regimi autoritari.

In questo modo si ridurrebbe certamente il numero degli yesman di partito e/o di clan che siedono in Parlamento, ma non si rimuoverebbe in alcun modo il tema della rappresentatività reale dei territori e delle idee, delle istanze culturali e politiche e dei bisogni economici e sociali degli uomini e delle donne che in quelle aree vivono e votano. Né, senza toccare i meccanismi di scelta e di selezione dei parlamentari, è del tutto evidente che la qualità degli eletti sarebbe del tutto simile a quella, mediocre e talora scadente, che siedono nelle aule di Camera e Senato.



Con il taglio ci sarà un Parlamento meno plurale e meno rappresentativo

Perché avere dilatato così tanto i collegi elettorali (1 deputato ogni 150 mila elettori e 1 senatore ogni 300 mila) comporta la micidiale conseguenza che molti territori provinciali e perfino qualche regione sarebbero privati della loro rappresentanza parlamentare. Probabilmente per i fautori del taglio (quelli delle forbici che tagliano le poltrone) questo non sarebbe un problema né sarebbe una grave perdita, forse per una malcelata diffidenza verso la democrazia parlamentare.

Per me che vivo in una bella città medio-piccola e in una (ex)provincia abbastanza marginale e marginalizzata questa scelta significa che perderemmo ogni possibilità di essere rappresentati. Infatti, anche se per assurdo tutti noi elettori di questo territorio decidessimo di votare plebiscitariamente per la stessa lista, non riusciremmo ad eleggere un nostro deputato. Mezza pena, si dirà. E invece sarà pena intera, perdita di ruolo e ulteriore marginalizzazione di quest’area.

In ultimo, perché alla sostanziale limitazione del diritto di rappresentanza dei territori più piccoli, si aggiungerebbe quella del restringimento radicale del pluralismo politico nelle aule parlamentari, da cui resterebbero fuori partiti e movimenti politici, che pur non avendo basi e consensi di massa, costituiscono tuttavia un ricco patrimonio ideale e politico che dovrebbe potere aver voce in parlamento. Senza di che il sistema diventerebbe di fatto maggioritario e bi/tripartitico. Oligarchico, autoreferenziale e tendenzialmente autoritario.



Una presenza sempre più diffusa per il No

Non so se il sì, come dicono i sondaggi, stravincerà o, secondo quelli più recenti, vincerà di misura. So invece che il dibattito e la presenza sempre più diffusa di voci che vogliono restare fuori dal vocio anti-casta e anti-parlamentare ha allargato di molto l’area, spero maggioritaria, di quelli che non accettano questa deriva e che non vogliono essere complici silenziosi e passivi di questa deriva.

Io sono uno di questi.

 

In copertina, Palazzo Montecitorio sede della Camera.




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