Vespa e Riina nell’intervista-vergogna

di Gabriele Bonafede

 

Una vergogna: non si può definire altrimenti l’intervista di Vespa e Riina andata ieri in onda nel programma di Rai Uno “Porta a Porta”. Il conduttore ha cercato di difendere l’iniziativa quale maniera “per conoscere meglio la vita dei boss”.

Purtroppo non si è visto questo, anzi. Si è vista, e ascoltata, un’eccessiva deferenza anche nel trattamento di sanguinari boss con aggettivi quali “grande” famiglia mafiosa, oppure “importante” famiglia mafiosa. Ributtante vergogna.

Bruno Vespa. Foto tratta da wikipedia. Di Roberto Vicario - R. Vicario, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=8045179

Bruno Vespa. Foto tratta da wikipedia. Di Roberto Vicario – R. Vicario, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=8045179

Gli aggettivi con un minimo di correttezza sarebbero stati invece vergognosa famiglia mafiosa, oppure sanguinaria famiglia di aguzzini, ricordando che, quando si parla di Riina e soci, si tratta di persone che non esitavano a sciogliere ragazzini nell’acido e operavano torture mostruose come l’incaprettamento, oltre a commettere innumerevoli stragi. Una criminalità organizzata che ha violentato un’intera società, un intero Paese, che ha distrutto valori.

Bruno Vespa dovrebbe chiedere scusa a tutti gli italiani a tutti i siciliani e a tutte le vittime della mafia già a partire da questo. Soprattutto quando ha esitato veramente troppo, nell’intervista, a evidenziare che i “valori” di cui parlava l’intervistato non sono affatto valori, sono semmai l’opposto dei valori.

Ha detto bene, durante la trasmissione, Felice Cavallaro giornalista del Corriere: “Anche una iena coccola i propri cuccioli”. Ecco, questo è l’unico messaggio, l’unica ovvietà, che promana da questa ingloriosa intervista di Bruno Vespa al figlio di un turpe e ignominioso assassino come Riina.

Il figlio del pluricondannato criminale, e criminale condannato egli stesso, non porta alcuna novità, nemmeno quella del pentimento suo, della sua famiglia o del padre, anzi. Né elementi che possano aiutare gli investigatori a saperne di più. Semmai, e questo è un orrore, l’intervista appare come uno spot per il libro di un individuo che è tutto tranne una persona che può dire qualcosa di edificante. Un individuo che, oltretutto, parla malissimo in italiano, è incolto e quindi evidentemente incapace di scrivere un intero libro se non con l’aiuto di un editor di quelli bravi, molto bravi. Ma tanto bravi quanto vergognosi per prestarsi a tale pratica. Né sono credibili le sue parole, snocciolate con spudorato cinismo e cercando di giustificare l’esistenza della mafia in un modo o nell’altro.

Totò Riina. Foto tratta da Wikipedia. Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=2762895

Totò Riina. Foto tratta da Wikipedia. Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=2762895

Nessuna umanità, inoltre, nello sguardo gelido del figlio di un assassino. E che glissa e non risponde alle poche domande interessanti, riducendo il materiale raccolto e mostrato in pubblico a mera pattumiera. Peggio che pattumiera: rischia di essere un evento mediatico che vorrebbe mostrare un’eventuale lato umano da parte di chi dimostra di non averlo affatto. E questo lo si è visto, per fortuna, da ciò che hanno detto gli ospiti e non certo il conduttore televisivo.

Nemmeno il fatto che Riina potesse tranquillamente registrare i figli e farli vivere quasi liberi a Palermo è novità. Lo sapevamo tutti e sappiamo perché era così: lo Stato, prima di un certo momento, non ha combattuto la mafia come avrebbe dovuto. C’erano personaggi come Lima che raccoglievano centinaia di migliaia di voti impunemente. Basta questo per capire.

L’intervista di ieri è stato il tentativo, malriuscito, di creare ad arte un evento mediatico che non fa altro che dare voce, al cospetto di milioni di italiani, a chi non ha alcun merito per averla. Ci sono, purtroppo, decine di vittime della mafia che non appaiono con tanto clamore in TV. Dove, invece, ci si ostina a far apparire figli di sanguinari mafiosi che hanno ridotto Palermo e la Sicilia in un cimitero, per interi decenni.

Qui non si vende il libro di Riina. Il cartello di Angelica Sciacca nella Libreria del Vicolo, a Catania ha fatto il giro dei social

Qui non si vende il libro di Riina. Il cartello di Angelica Sciacca nella Libreria Vicolo Stretto, a Catania, ha fatto il giro dei social

Ricordo con orrore gli anni ’80 in cui, per rintracciare un luogo di Palermo, si diceva “dove hanno ammazzato quello, dove hanno ammazzato quell’altro”. Così: con un cinismo che non aveva limiti. Il rischio di un’intervista del genere è di ricadere in questo cinismo senza umanità, in questo accettare l’“ineluttabile”, che tale non è,  senza alcuna denunzia concreta. Denunzia concreta che invece poi è avvenuta e su questa si è costruita l’antimafia.

Su questo piano, l’intervista Vespa-Riina è un passo indietro sconfortante, non perché è stata fatta ma per come è stata fatta e presentata.

Vero, c’è un’antimafia che appare sempre più di facciata. Forse questo è l’unico merito che viene fuori dalla trasmissione di ieri sera: far notare come esista un’antimafia di facciata e una invece concreta. Far notare che esiste questo problema e che, per fortuna e grazie ai commenti degli intervenuti nella trasmissione, è venuto fuori. E che Vespa ha poi rimarcato, forse accorgendosi che l’intervista era stata un flop spaventoso.

Rimane la constatazione che questo gusto per far parlare il peggio dell’Italia in TV è un pessimo gusto. E purtroppo non solo questo. È una spaventosa china nella quale sta scendendo l’Italia. Qualcosa che andrebbe evitata, se non combattuta, e non da ieri sera. Purtroppo da molto tempo ormai.

Detto questo, Vespa dovrebbe dimettersi. E se non lo fa, dovrebbe essere cacciato dalla Rai. Punto.

 

Foto in copertina:

Di Roberto Vicario – R. Vicario, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=8045179

E: Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=2762895

 

 


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