Una sinistra che ha perso il suo ruolo critico

di Giovanni Burgio

Negli ultimi anni soprattutto a sinistra ho notato alcune tendenze che vanno nella direzione della supina accettazione delle regole imposte dal governo e della sottomissione agli organismi di repressione. Linee di comportamento e di pensiero che spesso si accompagnano al continuo e insopportabile richiamo alla “legalità”, categoria dello spirito intesa come rispetto ossequioso, indiscutibile e non negoziabile della legge così come viene emanata, qualunque essa sia.

Questa propensione all’obbedienza ha fatto sì che in una parte sempre più estesa dell’area progressista ci sia una forte acquiescenza verso tutto quello che è imposto dall’alto, dai governi, dallo Stato nelle sue varie forme e livelli istituzionali.




L’esplosione del Covid-19 ha accentuato ed esasperato questo atteggiamento: la delazione, la “caccia all’untore”, la richiesta di severità e sanzioni per i trasgressori, sono continui e pressanti. Ed ora, per la cosiddetta “seconda ondata”, sempre più forte è il richiamo a misure dure e rigide, fino alla frequente invocazione dell’intervento dell’esercito.

Non vorrei essere frainteso ed equivocato. Il virus c’è, è nocivo e fa numerose vittime. Le misure precauzionali e di contenimento si devono prendere e devono essere adottate. Però non bisogna eccedere, e i provvedimenti devono avere dei limiti ben precisi. Soprattutto devono essere rispettati i diritti fondamentali delle persone.

Insomma, la critica e il pensiero oppositivo sono diventati cosa rara e difficile da rintracciare; esercizi della mente e prese di posizione affievolitisi notevolmente, fino a spegnersi del tutto; addirittura messi al bando e tacciati di essere antisistema e poco responsabili.




Siamo molto lontani dagli anni sessanta e settanta quando “ribellarsi era giusto”, ogni normativa veniva contestata e messa in discussione, il governo, o lo “status quo”, era il nemico da combattere. Una chiave di lettura di tale mutamento può consistere nel fatto che da quando, a poco a poco e progressivamente, il vasto mondo di sinistra (istituzionale, extraparlamentare, sindacale, giornalismo d’area, ecc. ecc.) è penetrato nei palazzi del potere e si si è insediato nei vari governi succedutisi, la conflittualità e l’opposizione sono venuti meno. La pandemia ha esasperato una tendenza già presente nella sinistra a perdere il suo ruolo critico.

Questa area culturale occupa ormai da tempo posizioni di rilievo negli organi d’informazione, sia televisiva che di carta stampata, ed è diventata portavoce della classe sociale ricca, abbiente, generalmente occupata nel pubblico impiego o pensionata, spesso definita “radical-chic” e frequentatrice dei “salotti buoni”. Una fetta di popolazione che, essendo benestante e ultra-garantita, mal tollera chi si ribella, chi vuole cambiare le norme, chi sostanzialmente minaccia i suoi privilegi.




C’è un’altra classe sociale dove possiamo ritrovare alcuni comportamenti passivi molto simili a quelli sopra descritti. Anche in queste persone non c’è opposizione e ribellione; dentro il loro animo vige la rassegnazione e il “chinare la testa al padrone”. Siamo, infatti, nell’ambiente del lavoro precario, sottopagato, sfruttato. Una categoria di lavoratori ventenni, trentenni, ma anche quarantenni che si avvicinano ai cinquanta, che ha un enorme paura di perdere “il posto”. I vecchi diritti sindacali conquistati con dure lotte decennali sono stati spazzati via dalla frantumazione del contratto unico nazionale e la parcellizzazione in mille sottospecie di lavoro autonomo è diventata il modello dominante.

Siamo quindi di fronte a un generalizzato e diffuso inquadramento delle coscienze e un addormentamento degli impulsi reattivi. C’è una sostanziale sfiducia nel singolo individuo: bisogna seguirlo e controllarlo, minuto per minuto, e punirlo alla prima occasione. Il ricorso alla sanzione e al pugno di ferro sono ormai prassi costante e indiscussa.




Paradossalmente oggi la bandiera della libertà e della disobbedienza è innalzata dalla destra becera ed estremista che sta strumentalizzando i naturali impulsi umani di sopravvivenza e autodeterminazione. E questo dovrebbe far riflettere molto tutta la sinistra che negli ultimi decenni ha abbandonato il mondo del lavoro, le periferie, le grandi sacche di sofferenza sociale.

Per evitare di avviarsi verso una società dove si obbedisce senza fiatare e si esegue senza pensare, bisognerebbe prendersi un momento di pausa in più e fare una riflessione più profonda. La paura e la mancanza di critica non fanno prendere le giuste scelte, al contrario portano verso poteri accentrati e la soppressione delle libertà.




 


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