Sondaggi USA, impennata nel vantaggio di Biden. Sfiora il +10% su Trump

di Gabriele Bonafede

Dal 29 settembre, quando è avvenuto i dibattito in TV tra i due candidati, i sondaggi mostrano un’impennata nel crescente vantaggio di Biden su Trump. In una sola settimana è passato da un vantaggio del 7,1% al 9,5%, così come registrato nella media di tutti i sondaggi nazionali (qui il link) fino al 6 ottobre. Entro oggi, la forbice tra Biden e Trump potrebbe arrivare al 10%. Se dovesse realizzarsi un vantaggio simile nel voto reale, sarebbe un’umiliazione per Trump: una vera e propria valanga di voti per mandarlo via.

Media sondaggi a scala nazionale Biden vs Trump, sito Project Fivethirtyeight al 7-8 ottobre 2020

 

 

 



In Italia notizie imprecise sulla sfida tra Biden e Trump

In Italia non si sa molto di queste elezioni. Ad esempio, giornali di grande diffusione si sono affrettati a considerare il dibattito in TV tra i due candidati come uno scontro di insulti. Molti media italiani hanno riportato che non si sono nemmeno salutati, che non c’è stato un vero vincitore, e altre mirabolanti inesattezze. In realtà, Biden ha salutato calorosamente l’avversario: stringendo i pugni in segno di benevolo augurio di forza. Forse sapeva già che Trump era positivo al Covid? Possibile. Anche perché ha continuamente augurato al rivale una pronta guarigione, una volta che la positività di Trump è diventata dominio pubblico. Sicuramente Biden è un signore, a prescindere se sapesse o meno, mentre Trump è lungi dall’esserlo. Tutt’altro. Infatti, Trump non ha ricambiato i saluti all’entrata in scena nel dibattito. Dimostrando una volta di più un comportamento da bifolco.

Nel dibattito è stato Trump, come sempre d’altronde, a portare sul piano degli attacchi personali, le bugie, i commenti e le interruzioni ammiccanti all’insulto e la denigrazione. Quasi tutti i media americani credibili hanno commentato la performance di Trump quale un disastro.

A questo si è aggiunto l’ulteriore disastro della positività di Trump e di ben 34 persone alla Casa Bianca nei giorni successivi.  A questi due fatti, si aggiunge la clamorosa incapacità di Trump ad ammettere la disastrosa gestione della pandemia, le sue bugie, le sue boutade incredibili con veri e propri insulti a ben 210 mila cittadini morti di Covid e i loro parenti e amici. Infine, in questi giorni, la volontà espressa da Trump e i repubblicani di non volere aiutare i nuovi disoccupati a causa della pandemia sembra aver dato un colpo decisivo alle poche speranze di rielezione per Trump. Tanto da convincerlo a dire ciò che nessun presidente Usa in oltre due secoli di storia ha mai detto: non volere assicurare un facile passaggio dei poteri e, in definitiva, non volere accettare il voto dei cittadini.



Sondaggi negli USA molto più precisi di quelli italiani

Altra balla che circola in Italia è quella che i sondaggi americani non ci hanno azzeccato nelle precedenti elezioni presidenziali. In realtà, i sondaggi per le elezioni negli Usa sono molto più credibili dei cosiddetti “sondaggi” italiani. E lo sono stati anche nel caso delle elezioni presidenziali del 2016, dove Hillary Clinton vinse il voto popolare con il 2,1% di vantaggio. Esattamente come previsto (qui link per i dati) nella media degli ultimi sondaggi sulle presidenziali di allora.

Parliamo di elezioni, quelle del 2016, tra le più imprevedibili e incerte della storia americana. Dove non solo a scala nazionale c’era un testa a testa, con sondaggi che posizionavano la Clinton con un vantaggio compreso tra l’1% e il 4%, ma anche in una grande quantità di singoli Stati i cui delegati decidono il risultato elettorale. E dove il testa a testa era evidente e giustamente registrato dai sondaggi.  In almeno una quindicina di Stati, che rappresentavano ben 178 delegati su 538, c’era una differenza nei sondaggi di meno del 4% tra i due candidati: una situazione che si è poi  puntualmente verificata. Tutti questi Stati erano dati per “toss-up“, ossia incerti, fino all’ultimo.



Precisione sondaggi anche a scala di singoli Stati, nell’ambito del possibile

Se si prendono gli ultimi sondaggi disponibili prima di quel voto, gli Stati che cambiarono segno rispetto al candidato in testa si possono contare sulle dita di una mano. Unico vero flop, forse, in Wisconsin, dove la forbice è più ampia. E in molti Stati praticamente impossibili da prevedere, i risultati hanno poi confermato chi sarebbe stato il vincitore. In Florida Trump vinse con l’1,2% di vantaggio, laddove i sondaggi lo davano vincente con il 4%. Nel Michigan Trump vinse con appena lo 0,8% laddove era dato vincente con il 2% di vantaggio. E così via. I soli risultati clamorosi rispetto ai sondaggi e in Stati-chiave furono nel Wisconsin e in Pennsylvania.

In un altro Stato-chiave come il Minnesota, la Clinton ottenne molto meno di quanto previsto dai sondaggi, ma comunque vinse (con l’1,2% rispetto all’8% preventivato). E si tratta di Stati dove la campagna di Trump fu particolarmente aggressiva, cercando di convincere i potenziali sostenitori dei democratici a non andare a votare. Con un utilizzo dei dati raccolti su internet al limite della legittimità e la correttezza costituzionale: utilizzare dati strettamente personali per indurre migliaia di elettori, con pubblicità mirate su Facebook, a non andare a votare. A non onorare questo diritto. Un comportamento della campagna elettorale di Trump che non è stato il massimo della correttezza in democrazia. Anche per l’inammissibile intrusione nella privacy di decine di migliaia, se non centinaia di migliaia, di singoli cittadini.

Tutto ciò non era registrabile nei sondaggi, che non hanno utilizzato e non potevano utilizzare sistemi così intrusivi ed estesi. Proprio in questi Stati-chiave ci sono stati maggiori errori nei sondaggi.



Il vantaggio di Biden è tutt’altra cosa rispetto a quello che aveva la Clinton

Le elezioni del 2020 sono profondamente diverse, come d’altronde accade per ogni elezione presidenziale Usa che è una storia a sé, in definitiva poco prevedibile anche per il particolare sistema elettorale basato sulle deleghe. Ma tre cose sono evidenti.

La prima è che il vantaggio di Biden è più che netto, sia a scala nazionale che negli Stati-chiave, in molti Stati-chiave. Biden al momento gode di un vantaggio compreso tra il 7% e il 12% e con un trend crescente. Quello della Clinton era compreso tra l’1% e il 4% e con un trend decrescente.

Per giunta, nei soli cinque Stati oggi considerati quali molto incerti dai sondaggi, solo in Texas si registra ancora Trump in vantaggio. In Ohio, Georgia, Iowa e Carolina del Nord, Biden è ormai in testa, sia pure di poco. Negli altri, soprattutto quelli più determinanti della rust-belt, soprattutto la Pennsylvania, il candidato democratico ha ulteriormente consolidato il già notevole vantaggio.





La seconda è che, nonostante l’estrema precisione dei sondaggi americani già nel 2016, quelli di oggi sono anche più sofisticati, avendo inserito ulteriori elementi statistici per “indovinare” il risultato reale.

La terza è che anche le roccaforti repubblicane cedono e si spostano verso Biden. Persino il Texas è  ormai tra gli Stati divenuti incerti. Il Texas, che l’ultima volta che votò per un candidato democratico fu nel lontano 1976, quando si optò per Jimmy Carter. L’Arizona, altra roccaforte repubblicana, ha buone probabilità di votare, stavolta, per il candidato democratico. In Carolina del Sud, Trump ha dilapidato il suo grande capitale di vantaggio (circa 13%) che aveva a marzo fino al 5% attuale.

Tuttavia, a sole quattro settimane dal voto, la partita non è ancora chiusa. Trump ha dimostrato di essere capace di imprevedibili colpi di coda e infatti dimostra di prepararsi a rendere ancora la vita difficile e tragica al popolo degli Stati Uniti e a tutto il mondo. In questa situazione, è bene che Biden raccolga una valanga di voti che aumenti la pressione su Trump e i suoi sostenitori a smettere di calpestare la democrazia, gli elettori, e le principali istituzioni degli USA. E in definitiva, del mondo, compresa l’Italia.




 

 


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