La Nonna, la spagnola e l’Italia alle prese con il coronavirus

di Gabriele Bonafede

I nostri nonni hanno conosciuto e superato l’epidemia della spagnola. Una “influenza” che fece milioni di vittime nel mondo, come tutti oggi sanno dopo il bombardamento di informazioni e opinioni sul coronavirus.



In degenza (o quarantena) per “spagnola” o “Spanish flu”, a Oakland, Usa, nel 1918

Mia nonna in particolare, raccontava a volte di quella esperienza terribile. E di solito cominciava dicendo che era sopravvissuta a quattro terribili guerre italiane. Quattro, non due: la Guerra di Libia (1911), la Grande Guerra (1915-1918), la Guerra d’Etiopia (1935-1936) e la Seconda Guerra Mondiale (1940-1945).

Ma la cosa che più turbava la Nonna, che le faceva cambiare espressione, era il ricordo della “spagnola”. Era la sopravvivenza alla “spagnola” la cosa più importante. “La spagnola fu la cosa più terribile – diceva – perché non morivano solo i soldati, ma tutti. E non conosceva frontiere”.

Poi terminava il racconto con una serie di insegnamenti. Per la verità erano insegnamenti che non necessitavano dell’accompagnamento di memorie relative a guerre ed epidemie. Erano insegnamenti di buon senso e di civiltà.




Lavarsi spesso le mani e sempre quando si rientra a casa, sempre prima di sedersi a tavola. Non mangiare le unghie e tenerle curate e pulite. Non toccarsi il volto, soprattutto il naso, la bocca, gli occhi e le orecchie. Mangiare solo con le posate. Lavarsi bene: non solo le mani, ma tenere tutto il corpo pulito, anche i capelli. Tossire sempre con la bocca coperta dalla mano o dal gomito.

Mangiare bene. Coprirsi bene. Non prendere freddo. Non riunirsi in luoghi potenzialmente malsani, specie se al chiuso. In caso di epidemia, anche di “semplice influenza”, evitare la folla ammassata, soprattutto al chiuso. Approfittare del sole mediterraneo che ci regala la Sicilia. Mangiare in maniera variegata e ringraziando l’abbondanza invernale di agrumi siciliani che ci danno la vitamina C.




Queste e tante altre raccomandazioni del vivere civile. Raccomandazioni che oggi vediamo diramate dalle istituzioni perché, evidentemente, sono state dimenticate. Come sono stati dimenticati gli orrori e le precarie condizioni di vita del passato. Oggi abbiamo dimenticato persino gli insegnamenti più semplici impartiti da un passato molto meno agiato e ricco di oggi.

Nonna, nacque nel 1899 e morì nel 1988: all’età di 89 anni. È l’unica nonna che ho conosciuto realmente. I miei nonni, anche la nonna paterna, morirono ben prima che potessero darmi insegnamenti direttamente. Purtroppo.

Morirono prima perché, ancora negli anni in cui ero ragazzino, gli anni ’70 del XX secolo, la speranza media di vita in Italia era di 70 anni circa. Negli anni ’20 del secolo scorso era meno di 60 anni. Oggi, coronavirus permettendo, è di oltre 80 anni in generale, e 87 per le donne. Fino all’inizio degli anni ’50 in Italia morivano ogni anno circa 30mila persone per malattie infettive. Oggi sono pochissime, forse meno di 1000.



Negli anni ’70 del XX secolo, se i reni non funzionavano si era condannati. Non esisteva nemmeno la dialisi. In Italia c’era ancora il colera di tanto in tanto: lo vedevo in TV, in bianco e nero, con i servizi da Napoli. A Palermo forse c’era pure. Il porto antico puzzava da centinaia di metri come una fogna a cielo aperto. Ma non potevamo sapere subito se fosse arrivato o meno il colera anche a Palermo, perché non c’era il Worldmeter su internet a contare i casi di epidemia in tempo reale. Dovevamo adeguarci, aumentando l’attenzione, soprattutto all’acqua usata da noi o altri, anche negli alimenti freschi. E seguire le raccomandazioni dei nonni che avevano superato la spagnola e molto altro.




Non si può dire oggi “se siamo sopravvissuti alla spagnola e al colera il coronavirus ci fa un baffo”, continuando allegramente a non seguire i consigli della Nonna e i decreti e i consigli delle istituzioni. Perché in questa frase c’è tutta l’irresponsabilità di accettare milioni di morti come se nulla fosse. Non è così che si affronta un’epidemia, sia essa d’influenza o altro.

Mia Nonna materna nacque con il secolo XX. Riuscì a procreare mia madre e mia madre a procreare me. L’Italia di oggi dovrebbe fare più attenzione agli insegnamenti delle passate e future generazioni. Partendo almeno dalla base e riprendendo sane abitudini dopo averle dimenticate.




Immagine di copertina tratta da Wikipedia. By Otis Historical Archives, National Museum of Health and Medicine – Emergency hospital during influenza epidemic (NCP 1603), National Museum of Health and Medicine., CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=25513204

 

 


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