Renzi forma un nuovo partito. Lacrime di coccodrillo nel Pd

di Vincenzo Pino

Il 24 luglio Pinotti, Misiani e Zanda della segreteria del Pd intervengono sui giornali per impedire a Renzi di parlare al Senato sul Russiagate, dopo che Marcucci e Zingaretti ne avevano concordato l’intervento.

Renzi al Lingotto, un’altra strada

Oggi la Pinotti si chiede perché Renzi sia uscito dal Pd. Franceschini lancia ora un appello a Renzi perché non vada via.

Eppure il 19 luglio con una decisione di dubbia legittimità era stato liquidato Faraone segretario regionale del Pd in Sicilia e sostituito non con un commissario di garanzia ma con un uomo della corrente di Franceschini.

Dopo la conferenza stampa di Renzi che impedì le elezioni anticipate e ha dato il via al nuovo governo, Boccia e la De Micheli definirono intempestiva l’iniziativa di Renzi e ne massacrarono sui media il valore.




Si sa che il motivo di queste critiche era dettato dalla sostanziale convergenza di Zingaretti con Salvini verso le elezioni anticipate per “derenzizzare” i gruppi parlamentari. Insomma l’ipocrisia regna sovrana dopo aver tentato di rendere marginale Renzi nel partito. E le prefiche si lanciano in un pianto dirotto ora che la dipartita si è consumata.



Memoria, questa sconosciuta

E abbiamo parlato solo delle vicende che si sono susseguite in questi ultimi due mesi ma se si risale nel tempo, emerge che si è cercato di impedire a Renzi di poter fare comunicazioni agli organismi dirigenti dopo l’esito del voto del 4 marzo 2018 per acquisirne il suo punto di vista come segretario uscente.

Memoria? Ci stiamo pensando…

Un permanente tentativo di censura che doveva accompagnare una rinascita del Pd, basato sulla “damnatio memoriae” del fiorentino ma di cui al momento non si vedono i risultati.

A un anno e mezzo, dalle consultazioni elettorati nazionali, il Pd è inchiodato al 21%.

E non vi è alcuna crescita significativa perché questo incremento deriva dal non computo nei sondaggi delle formazioni minori che accompagnarono il Pd nel 2018.



Cursus honorum del dopo Renzi

Si sono perse tutte le amministrazioni regionali conquistate nel 2014 con una perdita media del 10% e nessuno, in questo caso, sente il bisogno di fare l’analisi del voto. E si dice al contrario che sono state un successo delle politiche inclusive della nuova segretaria Pd.

Si sono escluse liste moderate e civiche in Sardegna e si è persa la storica alleanza con il Partito Sardo d’Azione con l’alleanza di sinistra “pura” in quella regione. Coi risultati che sappiamo.

È evidente da quanto detto che il Pd ha perso l’attrattività che l’ha accompagnato fino al 2016, quando in ogni caso, aveva creato uno schieramento attorno al 40% di consensi, anche al referendum istituzionale. E si è scelto di smontare questo impianto affidando ad un esponente del “No” (al referendum) l’incarico nel Pd per le riforme istituzionali.



… ma anche no

Sono questi i principali motivi che sono alla base della scelta di Renzi. Quella di proiettarsi verso una nuova dimensione del fare politica. Una scelta rischiosa se è vero che i sondaggisti danno al 5% questa nuova formazione.

Una scommessa a ricercare nuove strade verso un riformismo spinto e senza creare lacerazioni insanabili nello schieramento di centro sinistra appoggiando il nuovo governo.

Come al contrario fecero gli Speranza ed i Bersani che nell’ottobre del 2017 tolsero l’appoggio al governo Gentiloni ed alle elezioni politiche del 2018 non vollero fare alcun accordo né di alleanza né di desistenza col Pd ed il centro sinistra.

Ripassare un po’ la storia fa bene a chi oggi reclama unità per stigmatizzare la scelta “obbligata” di Renzi.

 


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