La morte degli artisti al tempo dei social

di Valeria Sara Lo Bue (*)

Almeno, prima (dell’era) di Facebook, gli artisti si ammalavano e/o morivano in pace, senza le maledizioni della folla volgare e dei pidocchi riusciti. Dimenticati. Soli. E poi ripescati assai lontano dalle loro spoglie mortali. Morti spesso soli e pazzi, la loro voce arrivava quando tutti i loro contemporanei erano morti. Mi auguro che le cose tornino al loro posto.

“Il trionfo della morte” opera esposta al Museo di Palazzo Abatellis a Palermo

La cultura di massa è la negazione della cultura. Per far toccare e odorare i libri, così da capire l’effetto che fanno, c’è la scuola.

Da quel momento in poi, dopo la liberazione da quel carcere fuorviante ma necessario, a ognuno il suo.

I libri a chi li ama, il teatro a chi lo ama, con la sua durezza, poesia e contraddizioni. L’arte a chi vuole mettere in discussione il proprio equilibrio quotidianamente. Il centro commerciale o non so che al resto.

L’arte rassicurante è pericolosa. L’arte con le didascalie è pericolosa. E l’arte in televisione non esiste. Esiste casomai una buona divulgazione. Potrebbe, c’è stata in passato quindi è possibile.




Ma da questa mania di arrivare a tutti, si finisce col non arrivare a nessuno. E si finisce col leggere “uno di meno” sotto la notizia di un artista morente o appena morto. Il sacrificio di un artista oggi è assai più grande.

Quando il rosso vivo lo diluisci diventa rosella. E nessuno ci riconosce più il colore del sangue. E così tutti vogliono fare gli artisti. E basta con sta esaltazione della creatività! Che a ogni pirito che uno fa, siccome è un pirito che viene dal cuore, si deve dire “Oh, che bel pirito”. È un pirito. Piritiamo tutti. Non si capisce più niente.

Ma che me ne fotte se uno non viene a una mostra o a teatro? Ma che deve dire lui come io devo fare le cose per farlo venire? Io non dico al muratore come costruire una casa o al medico come curare. Non vi piace l’arte destabilizzante? Andate a prendere un gelato. È così buono il gelato. Ma penalizzare tutti per tranquillizzare chi l’arte non la sopporta così com’è, è ciò che ha portato a questi risultati. Tutti tuttologi. Sì, l’arte è soggetta ai commenti, ovviamente, l’artista è un disadattato generoso.




Ma non ce li vedo i fedeli della Controriforma a fare la critica a Caravaggio. Guardavano il quadro, si scantavano e se ne tornavano a casa timorati di Dio. No parulazzi al papa, parulazzi a questo e a quello. È irreversibile, che parlo a fare.

Ma i peggiori di tutti sono gli avvocati del diavolo. Se difendete il diavolo, quando poi si viene a prendere voi che volete? Poi dite ignoranti alla plebe. Ma dovrebbe esserci un abisso fra voi e loro, invece non c’è. Se ci fosse un abisso, il corpo mortale degli artisti, come per Mozart, per esempio, finirebbe magari in una fossa comune ma il suo spirito arriverebbe solo a chi ne è degno. “Che bello vedere tanta gente!” Ma chi se ne frega? Se vi danno tanti mozziconi di sigaretta ve li mettete in casa vostra?

(*) Attrice e regista




In copertina, “Il trionfo della morte” opera esposta al Museo di Palazzo Abatellis a Palermo. Immagine tratta da Wikipedia. Di unknown master (Maestro del Trionfo della Morte) – book: Pierluigi De Vecchi ed Elda Cerchiari, I tempi dell’arte, volume 2, Bompiani, Milano 1999., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2372742

Nel testo, lo stesso affresco danneggiato. Di © José Luiz Bernardes Ribeiro, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=38561914

 

 


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