La Via della Seta, il Mediterraneo e la Sicilia

Un processo epocale tra forza e fragilità

di Lelio Cusimano (*)

(Articolo pubblicato dal Giornale di Sicilia, versione cartacea, il 23 marzo 2019)

Dice un antico proverbio cinese che se vuoi diventare ricco, devi costrure una strada e così il Paese del Dragone, per collegarsi all’Europa, ha deciso di farne addirittura due, via terra e via mare. È questa la nuova Via della Seta.

Via della Seta “One Belt One Road initiative”, immagine tratta da Wikipedia

Poco importa se un vice ministro leghista smentisce l’interesse cinese per la portualità palermitana. Poco importa concentrarsi sull’interesse cinese per lo stabilimento ex Fiat di Termini Imerese. Ciò che conta veramente in questa vicenda è la reale portata di un processo epocale – la Nuova Via della Seta – cui la Cina ha dato addirittura dignità costituzionale, che procede con ritmi che persino la cronaca stenta a seguire e che nessun Paese può permettersi di ignorare. Tantomeno l’Italia e il suo Mezzogiorno.

L’insieme dei porti italiani movimenta oltre 500 milioni di tonnellate di merci; metà circa di questo traffico riguarda i porti meridionali. Quando si dice che quella meridionale è l’area italiana che ha maggiori rapporti col Mediterraneo, bisogna essere coscienti, però, che “è un primato da campionato di serie D, non del campionato di serie A” (S.i.Po.Tra.); la politica europea, infatti, non ha mai immaginato un Mezzogiorno integrato nei mercati. La stessa Sicilia ha solo un collegamento marittimo con l’Africa, via Tunisi.




E dire che il Nord dell’Africa (Marocco, Tunisia, Libia, Egitto, Giordania, Israele, Libano, Turchia) e il vicino Medio Oriente assorbono, insieme, il 22% degli scambi via mare dell’Italia, mentre i commerci con la Cina si attestano appena sopra il 2%. Ecco perché investire sui collegamenti tra i porti meridionali, quelli nord-africani e il vicino Medio Oriente, è un percorso necessario, anche a prescindere dalla Cina, per aprirsi a un mercato in rapida e intensa crescita (P. Spirito, La Via della Seta).

Un’immagine evocativa della Via della Seta in Asia

Una crescita che è ben chiara alla Cina la quale, fin dagli anni Settanta, ha puntato sul continente africano, avviando oltre due mila imprese e riuscendo nell’impossibile: la migrazione di un milione di tecnici e operai cinesi in un’area del mondo che di tutto abbisogna tranne che di manodopera!

Il Mediterraneo rappresenta lo 0,6% di tutti i mari del mondo ma già vede transitare il 20% dei traffici mondiali via mare (centro studi SRM), eppure i benefici per i Paesi rivieraschi sono modesti; la nuova centralità si giocherà, infatti, sulle grandi pattaforme logistiche per la movimentazione delle merci, e non restando soltanto spettatori dei commerci altrui.

Conforta il recente annuncio dell’avvio dei nuovi investimenti nella portualità siciliana per oltre 100 milioni di euro, ma certo pesa che, ancora oggi, il Mezzogiorno investe nelle infrastrutture 107 euro pro capite e il Centro Nord  296 euro!




La novità degli ultimi anni è l’Africa, che non offre soltanto i mercati della sponda sud del Mediterraneo, ma che, attraverso Gibilterra e Suez, è facilmente raggiungibile dal Mediterraneo anche per i territori sotto l’equatore. L’Africa è un’area di enormi potenzialità cui guardano in tanti.

Lo scorso anno la premier tedesca Merkel ha messo sul tavolo 300 “milioni” di euro per favorire, in chiave anti-emigrazione, lo sviluppo e la crescita delle nazioni africane; a distanza di pochi mesi la Cina ha messo sul tavolo 60  “miliardi” di dollari per le stesse finalità.

La casina (o palazzina) cinese a Palermo, particolare. Foto di Igor Petyx

In poco più di 30 anni gli abitanti del continente africano passeranno da 1,2 miliardi a 2,5 miliardi. Nello stesso tempo, il solo Mezzogiorno italiano perderà 5 milioni di residenti. Con fenomeni di tale dimensione, le polemiche in Italia sull’immigrazione hanno il sapore della piccola bega.

La Cina non è più il Paese che produce merci a basso prezzo e bassa qualità. Ha messo nel mirino, con risultati straordinari, le nuove tecnologie (Huawei, Lenovo, Zte, 5G, …) senza dimenticare gli enormi progressi nelle telecomunicazioni, nelle start up e in genere nell’hi-tech. Ormai prevale la volontà di intestarsi un ruolo centrale nell’economia mondiale, magari coltivando una strategia egemonica; e tanto per capire l’antifona, la Cina ha mandato tre milioni di giovani a studiare in giro per il mondo, mentre altri 200 milioni studiano l’inglese (P. Spirito).

Tuttavia anche la Cina ha le sue fragilità; il Dragone è il secondo Paese al mondo per la ricchezza prodotta (PIL) ma è solo l’80° per la ricchezza pro capite. Le sacche di arretratrezza sono ancora grandi.




Il sistema pensionistico cinese è segmentato, con problemi di efficienza e di equità aggravati dal rapido invecchiamento della popolazione cinese per le migrazioni verso le aree urbane (Atlante Geopolitico Treccani). Per tacere dell’enorme debito pubblico; quello italiano è pari al 130% del PIL, quello cinese raggiunge il 250%.

La Via della Seta passerà da Palermo?

Trattare con la Cina si porta dietro un rischio: subire un rapporto egemonico. Tuttavia, precludersi al confronto si porta dietro una certezza: restare esclusi da una grande partita. Non possiamo leggere la storia “con lo specchietto retrovisore“.

Il confronto con la Cina sul grande progetto della Via della Seta va (prudenzialmente) avviato anche per superare gli attuali squilibri; l’Italia esporta in Cina beni e servizi per 13 miliardi di euro e ne importa per 31 miliardi. Lo stesso valga per l’Europa a 28 che importa dalla Cina beni per circa 400 miliardi e se ne esporta per poco più di 200 miliardi. Lo scompenso è evidente. E la Sicilia? Esporta beni per 210 milioni e ne importa per 260 milioni; l’1% del totale nazionale! (Servizio Statistiche Regione Siciliana)

Oggi trasportare un televisore al plasma, dal valore di mille dollari  da Shangai ad Anversa costa circa dieci dollari, grazie al gigantismo delle flotte, al boom dei container e alle piattaforme logistiche per lo smistamento delle merci. Eppure in Sicilia dibattiamo da trent’anni, e senza esito, di una grande base logistica nel Palermitano (interporto di Termini Imerese); poi magari ci chiediamo perché le imprese non arrivino o la Fiat se ne sia andata.



 

(*) Lelio Cusimano è opinionista del Giornale di Sicilia

 

Maredolce ringrazia il Giornale di Sicilia per la gentile concessione di questo articolo per la pubblicazione nel nostro formato online

In copertina, il mare Mediterraneo in una foto di Dimitris Panagiotaras, tratta da unsplash.

 

 

 


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