Economia e cultura andavano a braccetto già nel Settecento con Carlo di Borbone

Arte, economia e infrastrutture nei regni di Napoli e di Sicilia dal 1731 al 1759

 

di Pasquale Hamel

Quando, nel 1734, dopo la vittoriosa campagna contro l’impero austriaco, il giovane principe Carlo di Borbone, riconosciuto re anche per volontà del fratellastro Filippo di Spagna, si insediò a Napoli, le sue idee sul governo erano ben chiare. Egli sarebbe stato un principe illuminato e non avrebbe ricalcato le orme delle vecchie monarchie dell’Ancien Regime ma, compito arduo, avrebbe seguito i modelli della Lombardia austriaca e del Granducato di Toscana.

Carlo III di Spagna, ovvero Carlo di Borbone re di Napoli, nel celebre ritratto di Mengs

Carlo, pur giovane al momento dell’ascesa al trono avendo appena 18 anni, ebbe però l’energia necessaria per rompere con le strutture di potere tradizionali ridimensionando, fra l’altro, il peso politico ed economico della Chiesa che si collocava fra quei poteri che frenavano in modo evidente i processi di modernizzazioni.

La scelta di un ministro di grandi qualità, quale fu il toscano Bernardo Tanucci, gli consentì di dare un colpo decisivo alla preesistente concezione feudale dello Stato, spazzando via la congerie di privilegi nobiliari civici e religiosi che avviluppavano in lacci e lacciuoli, l’azione pubblica con grande beneficio della collettività.

A lui si deve la cancellazione di molti abusi perpetrati dai feudatari in danno dei contadini che ottennero, peraltro, gli strumenti giuridici per affrancarsi dalla tirannia dei baroni.

Agli stessi contadini venne data la facoltà di raccogliere e seminare nei terreni demaniali. Il giovane sovrano abbandonò ben presto le politiche economiche che gran parte degli Stati preunitari perseguivano dimostrandosi un vero e proprio precursore; infatti, piuttosto che puntare sull’incremento del patrimonio personale o pubblico stimolò gli investimenti preoccupandosi di cominciare a dotare il Regno di quelle infrastrutture necessarie al suo sviluppo.




Durante il regno di Carlo, numerose furono le opere pubbliche realizzate fra le quali la costruzione di grandi edifici, come la reggia di Caserta o il teatro San Carlo che, ancor oggi, costituiscono vanto della nostra Italia. La sua spiccata sensibilità culturale lo spinse a promuovere gli scavi archeologici che riportarono alla luce le città di Pompei ed Ercolano.

Nell’arco di poco tempo, Carlo portò il Regno meridionale ai primi posti del mondo per dinamismo e trasformazione, per ricchezza e varietà delle arti e della cultura in generale. Napoli in particolare, ma anche le tantissime altre città d’arte del Meridione, divennero naturale meta obbligata di viaggiatori i quali trovarono un Paese in rapido ed armonico progresso.

Reggia di Caserta foto tratta dalla pagina FB

E, a proposito di beni culturali, fu proprio Carlo a promuovere la prima legislazione a tutela dei beni culturali nel nostro Paese. Naturalmente questo attivismo, non è stato da tutti apprezzato, qualche storico ha rimproverato al sovrano le ingenti spese che il regno dovette affrontare per raggiungere quegli obiettivi.

Quelle critiche non tengono, tuttavia, conto delle conseguenze positive che esse ebbero sull’occupazione, la realizzazione di quelle opere diede, infatti, e quindi dignità a masse ingenti di indigenti che, soprattutto a Napoli, prima vivevano ai margini della vita sociale.

Proprio al sociale il sovrano dedicò molti dei suoi sforzi, sua è l’iniziativa di istituire l’Albergo dei Poveri, che doveva ospitare i cittadini economicamente non autosufficienti. La realizzazione dell’opera, alla quale contribuì con proprie risorse il sovrano e la consorte, la quale ultima vendette i propri gioielli, costò ben un milione dì ducati.




Per quanto si oggi possa pensare, l’Albergo dei Poveri rappresentò all’epoca un’opera rivoluzionaria: “un’idea bizzarra”, scrisse Antonio Ghirelli nella sua Storia di Napoli, “che rispecchia in modo emblematico la paternalistica, ma generosa, preoccupazione di Carlo per la felicità del suo popolo”.

Ben più positivo fu il giudizio su Carlo di Giambattista Vico, il grande filosofo, secondo il quale il re Borbone incarnava la figura del sovrano ideale in una moderna “monarchia civile”. Il regno di Carlo, così denso di spinte modernizzatrici e di vivacità intellettuale terminò nel 1759 allorché assunse la corona di Spagna lasciando il regno formalmente nelle mani del figlio minore ma, di fatto, dello stesso Tanucci che, fino alla maggiore età del successore Ferdinando, ne sarebbe stato il vero padrone.





In copertina, la Reggia di Caserta, By Carlo Pelagalli, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=52612424

Nel testo, ritratto di Carlo III di Spagna (Carlo di Borbone), di Anton Raphael Mengs – infopic, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=18635661

 

 


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