Italiani Zingari al Teatro Biondo. Parla Mario Perrotta

di Laura Nobile

Uno scambio “merce-uomini”, provenienti dalla Puglia come dalla Sicilia, dalla Calabria come dal Veneto e dal Friuli. Fu il primo atto dell’Italia repubblicana, quello firmato dal governo De Gasperi il 23 giugno del 1946, e stabiliva che a fronte dell’invio di 50 mila lavoratori all’anno in Belgio, ogni giorno il governo belga mandasse in Italia cento chili di carbone che sarebbero serviti per la ricostruzione post bellica del nostro Paese.

Italiani Cìncali al Teatro Biondo

Italiani Cìncali, ovvero Italiani zingari, al Teatro Biondo

Una forma di “emigrazione assistita” che caratterizzava come elementi di scarto, uomini utili solo come braccia da lavoro, i contadini che partivano dall’Italia perché l’Italia non era in grado di dar loro un futuro. A questo tema è dedicato “Italiani cìncali! Parte prima : minatori in Belgio”, il progetto teatrale dell’attore leccese Mario Perrotta (che lo firma con Nicola Bolazzi), dedicato all’emigrazione italiana nel secondo dopoguerra, che dopo il debutto di Roma in prima nazionale nel 2003, ha ricevuto anche la targa commemorativa della Camera dei Deputati “per l’alto valore civile del testo e la straordinaria interpretazione che ricostruisce con assoluta fedeltà una parte delle nostra storia che non possiamo dimenticare”.

Adesso lo spettacolo sarà in scena in sala Strehler al Teatro Biondo fino al 12 febbraio, interpretato dallo stesso Perrotta, che non nasconde: “Questo è lo spettacolo che mi ha cambiato la vita, con 500 repliche in 15 anni, dopo le quali la gente mi diceva: ‘Ho rivisto le miniere, un’epopea dimenticata‘” La genesi dello spettacolo corrisponde a un’esigenza profondamente personale: “Nel 2003, quando la mia terra, il Salento, divenne oggetto di continui arrivi di disperati da tutte le parti del mondo, (la prima carretta del mare carica di migranti sbarcata in Salento risale agli anni Novanta) tornando a casa per le vacanze sentivo la mia gente che diceva ‘E’ tutta colpa degli albanesi, come se quella zona prima fosse l’Eldorado e a rovinarla fossero stati loro'”, racconta Perrotta, che dal 1988 viveva già a Bologna.

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Mario Perrotta sulla scena di Italiani cìncali

“Cominciai a interrogarmi sul fatto che noi, che eravamo il sud d’Italia, e siamo sempre stati trattati da migranti, avevamo trovato persone in condizioni ancora più disperate e fragili su cui sfogare la nostra condizione. Forse era il caso di ricordare chi siamo stati in giro per il mondo e lo siamo ancora, se pensiamo a quanti giovani partono dal sud ogni anno». Così lo spettacolo nasceva principalmente dall’intenzione di “Raccontare casa mia, il luogo che avevo dovuto lasciare per poter fare teatro, un ritorno dell’anima, affidato alla mia prima scrittura teatrale in dialetto leccese, che poi somiglia molto al siciliano della zona orientale dell’isola. Ed è stata l’opportunità per recuperare la mia “lingua madre”, che poi è quella che ci permette di esprimere la parte più profonda di noi, perché custodisce la grammatica delle nostre emozioni.”

“Per Italiani cìncali (zingari)” Perrotta si è messo sulle tracce dei nostri migranti, dal Salento al Veneto e poi in Belgio, (dove ha trovato molti siciliani), e ne ha tratto un patrimonio di duecento ore di interviste raccolte in un anno, macinando chilometri tra i paesi del nord est più produttivo della penisola fino alla Puglia («e ogni storia potrebbe essere un film» , che poi sono diventate il progetto in due parti indipendenti, per indagare gli aspetti fondamentali del migrare in tutti i tempi del lavoro.



Così, il primo dedicato ai lavori più duri, come quello nelle miniere di carbone in Belgio, corrisponde alla domanda “che lavoro vai a fare?”; la seconda parte, ovvero “La tornata”, presentata nel 2005, prova a rispondere a “Che legge vai a trovare?” e racconta le realtà di Svizzera, Francia e Germania «dove c’è una legge peggiore della Bossi-Fini». Materiale prezioso è venuto anche del Centro Studi Osservatorio sulle Diaspore dell’Università di Lecce e dagli archivi pubblici e privati dove c’erano lettere e diari salvati per miracolo.

Mario Perrotta sulla scena di Italiani cìncali

Mario Perrotta sulla scena di Italiani cìncali

Nello spettacolo, ambientato in un paese imprecisato, il protagonista è un postino, (Pinuccio) che poi in realtà si moltiplica per tutti i postini incontrati o indicati dalla gente del posto, appena cominciavano le interviste. Nel suo viaggio, infatti, Perrotta entrava nei bar delle provincia e chiedeva. E la risposta era sempre la stessa: “Qui siamo tutti emigrati… -Me lo racconta?”. Basta un attimo e poi ognuno partiva con la sua storia infinita, storie tutte uguali e tutte diverse degli ex contadini passati alle miniere di carbone, che poi tornavano a casa nell’indifferenza generale e con la silicosi nei polmoni.

«Poi la maggior parte indicava la figura del postino, coscienza e memoria di una comunità, dal momento che avevano una funzione sociale in un tempo in cui per dovere professionale erano gli unici alfabetizzati, dal Veneto alla Sicilia: consegnavano la lettera del minatore o dell’emigrato a mogli e figli e questi gli dettavano le risposte. Ma avevano anche un’altra funzione, quella di “consolatori di femmine”, le cosiddette “vedove bianche” che restavano senza marito per troppi anni, un po’ come alcuni preti, che diventavano “consolatori dello spirito e della carne”».

Quelle storie di esuli perenni, sottolinea l’autore, sono diventate «una storia molto teatrale e molto popolare, dove si ride anche, amaramente, di fatti tragici, come nei film di Lina Wertmuller degli anni Settanta». Al centro dello spettacolo però, c’è sempre quella ferita vergognosa dell’accordo col Belgio per mandare i contadini nelle miniere di carbone: «Uno spaccato poco conosciuto, 50 anni in cui (dal ’46 fino agli anni ‘90 quando chiuse l’ultima miniera), i governi hanno voluto omettere l’accordo col Belgio per mandare i contadini nelle miniere di carbone – continua Perrotta -perché spedire la propria gente a lavorare in condizioni disumane non è certo un orgoglio: erano contadini, dovevano godere di ottima salute e potevano entrare solo se andavano a fare i minatori. Una storia che noi meridionali conosciamo bene ma che, a fronte di un atto ufficiale, si tentò sempre di nascondere».

Uno scambio “merce- uomini” che oggi si trova scritto con molta chiarezza negli archivi di stato.



Foto in copertina e nel testo di Chicco Saponaro

 

 


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