“I Miserabili”, un film che fa riflettere sulla violenza delle periferie

di Giovanni Burgio

Il tema della violenza, che il film “I Miserabili” pone prepotentemente, deve essere affrontato e capito. Non si può ignorare questo nodo centrale delle nostre società che si dicono civili e avanzate. Anche le ultime proteste anti-razziali americane ci dicono che nascondere la testa sotto la sabbia del benessere e del lusso non sconfigge il malessere che cova nel profondo degli animi.




Il film di Ladj Ly, dall’inizio alla fine, è un insieme di soprusi e angherie, prepotenze e violenze. Che tutti indistintamente, maschi e femmine, adulti e bambini, spacciatori e poliziotti, neri, bianchi, meticci, gialli, praticano quotidianamente, senza chiedersi mai se è possibile vivere in altro modo.



I problemi fondamentali

I quesiti fondamentali che il film suscita sono: può uno Stato democratico occidentale affrontare pacificamente il gravissimo problema dell’immigrazione e della convivenza civile fra le diverse culture? Può la legge, la legalità, affermarsi in un ambiente dominato da odio e rancore? Possono il dialogo e le buone maniere sconfiggere l’emarginazione e la violenza?



I tre poliziotti. A sinistra Ruiz “il buono”. Dietro Chris “il cattivo”. A destra Gwada.

La risposta che ci dà “I Miserabili” è chiara e perentoria: no. Un no senza speranza e senza alternativa. Il diniego assoluto di una prospettiva incruenta.

Siamo a Montfermeil, banlieue 93 di Parigi, ammasso di edifici moderni sbriciolati dal tempo, dall’incuria, dagli uomini. Popolato da decine di migliaia di persone di tutte le etnie del mondo.

La pattuglia dei tre agenti di polizia che ogni giorno setaccia in macchina palmo a palmo tutto il quartiere, è composta dal “capo” Chris, che è francese ed è il “cattivo”; Gwada, che pur essendo di colore adotta gli stessi metodi del suo capo; Ruiz, francese appena arrivato dalla provincia che è il “buono”.



“I Miserabili” e la violenza onnipresente

Subito, all’interno del piccolo, claustrofobico, mondo della macchina della polizia fa irruzione lo sberleffo, l’irrisione. Ruiz, per i suoi capelli lisci e lucidi, viene dispregiativamente soprannominato dai due compagni poliziotti “Pomata”. Una piccola, sottile, violenza già dentro al primo nucleo dello “Stato” nel quartiere.

Immediatamente dopo, il battesimo di fuoco per il nuovo e ingenuo agente: l’arrogante, allusiva, perquisizione corporea di tre giovani ragazze non francesi che aspettano l’autobus: con annesse battute pesanti, palpeggiamento di corpi, distruzione brutale di telefonini, da parte del cattivo Chris. Da qui in poi l’escalation della violenza è feroce e senza esclusione di colpi.




Il furto di un piccolo leoncino in un circo di zingari scatena la guerra di tutti contro tutti: zingari contro neri, neri contro asiatici, asiatici contro nigeriani, nigeriani contro bande francesi, ecc. ecc.

E la polizia del quartiere? La squadra dei tre agenti? Anche questa, che dovrebbe essere un presidio istituzionale, da anni si è adattata all’ambiente circostante: niente buone maniere e correttezza; niente regole e legalità, nessun comportamento civile che ci si aspetterebbe dai rappresentanti dell’ordine pubblico.

Chris va dal “Sindaco” che comanda tutta la zona e comincia la sua indagine sottotraccia, informale, complice con tutto il sotterraneo mondo criminale locale. È a questo punto che lo scontro tra il buon agente Ruiz e il cattivo caposquadra Chris diventa aspro e raggiunge il culmine.



C’è speranza nel film “I Miserabili”?

In un primo momento sembra che i modi gentili, dialoganti, di Ruiz raggiungano il risultato di una tranquilla risoluzione del caso.

Ma quello che un boss nero convertitosi alla vita onesta, preannuncia a Ruiz si verifica poco dopo: “Noi possiamo pure chiudere ragionevolmente questo problema del leoncino – dice – ma non potremo fermare l’odio che c’è dentro i cuori della gente che abita qui e subisce da sempre comportamenti violenti”.

E infatti, quando tutto sembra che si sia concluso positivamente, si scatena la repressa, primordiale, furia dei giovanissimi ragazzi che vivono nel quartiere. Una violenza che colpisce a 360 gradi: chi ha comandato quei luoghi e chi si faceva comandare, bianchi e neri, capi e sottocapi. Una rivolta e una distruzione totali; cieche, mute, inarrestabili.

La descrizione che il regista ci dà dell’ambiente in cui lui ha vissuto è amara e senza pietà, dove il germe dell’odio, della contrapposizione, dello scontro continuo, è onnipresente. Prima tra i tre compagni di squadra, tra i tre rappresentanti della legge. Poi fuori, all’esterno, in un mondo che è una giungla e dove chi non pratica la forza bruta è destinato a soccombere.

Una brutta sensazione ci lascia “I Miserabili”. Un tormento profondo s’insinua dentro di noi.

Forse gli ultimi secondi del film, di lunga attesa, di tesa sospensione, lasciano un barlume di speranza, una possibile via d’uscita. Chissà…




 

 

 


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