Sardina vecchia fa buon brodo. Forse

di Geppo Ariafina

Ero mentalmente predisposto ad affrontare un’immersione nella gioventù sana, quella delle sardine siciliane, gioiosamente chiamate a raccolta, “pro” accoglienza, dialogo, civiltà e tolleranza. Segretamente speranzoso di percepirne l’energia positiva e intelligente e la giusta incazzatura che, ritengo, spetti di diritto a più di una generazione di giovani siciliani di buona lena.



Sardina vecchia lo nacqui?

Quell’energia fresca ed euforicizzante che, da troppo tempo, non vedo più fluire tra gli indigeni più attempati; perché già bolliti dalla vita, chiusi nei propri rimorsi epocali o in qualche modo costretti e rassegnati al mesto presente.

Quell’energia, profusa per rivendicare un futuro giusto e plausibile, la cui carenza, da decenni riduce “ai minimi termini” l’intera esistenza della popolazione isolana: in casa, nelle strade, scuole, uffici, ospedali, negozi, banche, imprese, università, ovunque.

L’energia che, noi, manipolo di resilienti rimasti a presidiare il depredato territorio natio, pur contro ogni logica e ragionevole evidenza, speriamo ancora possa sprigionarsi e illuminare gli animi e le nostre fugaci esistenze terrene.



Io sardina vecchia? Ma no!

Scarp-de-tennis, jeans, polo, golf, centogrammi, telefonino: l’equipaggiamento leggero per camminare senza intralci. Non si sa mai, un’amorevole carica dei celerini? Ah, che nostalgia! Ed eccomi, all’ora convenuta nella bellissima piazza Verdi brulicante di gente, neanche troppo rumorosa, con cartelli istoriati e variamente inneggianti e “sardine” colorate riprodotte e ostentate in ogni versione.

Che bello, siamo davvero in tanti. E subito parte la prima strizza al c…uore. Il “groppo in gola”, come ai bei vecchi tempi, con l’orgoglio del reduce ferito e l’intimo compiacimento che, almeno stavolta, la tua città non ha tradito le attese.

Un saluto a destra, uno a sinistra, un ehilà di passaggio, un ciao a distanza, un “come và?” volante, un altro “ma quanto tempo…”. E dopo pochi minuti mi rendo conto che la piazza è si stracolma, ma a parte qualche sparuto gruppetto di ragazzi sorridenti e alcuni chiassosi manipoli di universitari, è piena, soprattutto, di miei coetanei. Ma com’è possibile ?



Sardina vecchia fa buon brodo? Forse

E io che pensavo d’essere fuori luogo per i cinquant’anni suonati che, a rigor di logica, mi relegano tra i potenziali fautori dei disastri odierni. Io che mi facevo forte dell’essere lì e partecipare, anche in nome e per conto dei miei figli. I quali, esattamente come quelli di tantissimi altri coetanei e concittadini, sono già laureati e, ovviamente, già fuggiti altrove.

Non che ci sia qualcosa di sbagliato o negativo in sé, ma ho avuto l’impressione che ciò che più ha caratterizzato la tappa palermitana dell’iniziativa felsinea spontaneamente replicatasi nelle piazze di tutta l’Italia “che non si lega”, è l’alta. Forse altissima età media delle sardine nostrane. In alcuni punti della piazza la sardina vecchia sembra preponderante.



Gente comune in piazza

Insegnanti, professionisti, impiegati, pensionati, casalinghe, madri e padri, prevalentemente ben vestiti, con fare educato e aria lievemente distaccata, come se stessero passando da lì per caso. E’ la stessa “gente comune” che, negli ultimi trent’anni ha assistito indifferente, zitta o inerme, quando non artefice o complice della politica imperversante, allo scempio sistematico della dignità dei siciliani onesti, dell’ambiente, dell’economia, della società civile e di conseguenza, dell’avvenire stesso della loro tanto amata Sicilia.

Perplesso, più che sorpreso, pronunciando a tempo le strofe dell’immortale “Bella Ciao” mi chiedevo: quanti di questi brizzolati partigiani, oggi manifestanti solidali, sono consapevoli d’aver contribuito, e non poco, allo status quo?

Da sardina vecchia a tonno il passo è breve

Quanti hanno permesso, astenendosi o fregandosene bellamente, che fossero i peggiori esponenti della specie umana a prevalere sistematicamente ai seggi, grazie a legioni d’elettori prezzolati e al benestare colluso di “famiglie”, cosche e losche congreghe d’ogni genere e tipo? Quanti, hanno chiesto e ottenuto favori e privilegi per se, pur sapendo bene di votare per un ladro che, in quanto tale, rubando risorse pubbliche, ha privato di servizi, aiuti e diritti basilari, milioni di altri siciliani?

Non è tutto oro quel che luccica, e anche stavolta, molto probabilmente, è così. Ma voglio essere oltremodo positivo e ottimista, nel ragionare su un fenomeno di cui vorrei capire l’origine e soprattutto, se possibile, intuire come e in che cosa potrà evolversi.



Vogliamo illuderci. O almeno sperare

Voglio quindi credere che le sei-settemila sardine di piazza Verdi a Palermo, ancorché più mature, con più pance e meno capelli di quelle fotografate in altre piazze d’Italia, rappresentino almeno la parte migliore dell’umanità attiva e partecipe ancora reperibile in una città in cui, purtroppo, era prevedibile fosse “colposamente” assente alla radunata la stragrande maggioranza dei giovani disperati e disoccupati.

Quelli delle periferie e dei paesi-borgata del vasto circondario. Quella gioventù destinata a divenire bassa manovalanza, che è stata colpevolmente abbandonata a se stessa. Isolata, sotto-istruita, affamata, culturalmente degradata perché condannata a credere e sottostare, senza alternative possibili, alle spietate leggi dei quartieri natali e alle regole delle cosche malavitose, in essi, impunite e imperanti.




Voglio illudermi che, esattamente come me, migliaia di coetanei si siano sentiti in dovere di fare e manifestare “qualcosa” non tanto per se stessi, quanto per difendere il diritto a un futuro, già più che compromesso, per i loro figli.

Voglio illudermi che la rabbia degli onesti, pigli finalmente il sopravvento sul silenzio delle pecore sottomesse, sull’omertà ignorante e suicida che ha permesso e permette a pochi scaltri delinquenti, regolarmente eletti, di negare la loro evidente incapacità e razziare ogni bene e risorsa disponibile in ragione di un’arroganza smisurata e un’impunità auto-imposta ed estesa alla casta degli accoliti, degna della peggior repubblica centroamericana.




Infine, voglio sperare che tutti si siano finalmente resi conto, anche se tardivamente, che il famigerato “punto di non ritorno” a queste latitudini è già stato abbondantemente raggiunto e superato. Proprio perché il “non ritorno” è ciò che, pur con il cuore sanguinante, si augura ai propri figli quando li si vede crescere fieri, soddisfatti, gratificati. E lontani da qui.

 



 


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