Il Rugby, il Sudafrica e la Storia

di Giuseppe D’Agostino

Il pallone è appena uscito dalla linea laterale, dopo lo scoccare dell’80mo minuto. A scaraventarlo fuori, ebbri di gioia, sono gli eroici giocatori del Sudafrica, che si sono appena portati a casa la terza Coppa del Mondo di rugby della loro storia, l’ottava su nove per le squadre dell’emisfero australe.



Sudafrica campione del mondo rugby 2019. L’abbraccio

L’immagine che segue, colta dalle telecamere, è meravigliosa: un giocatore bianco che abbraccia forte e bacia intensamente sulla fronte un compagno di colore. Tutta la bellezza dello sport e dell’umanità, e la più bella risposta a qualsiasi tipo di odio razziale.

L’Inghilterra, che aveva eliminato gli All Blacks e che si presentava alla finale come ovvia favorita, non è stata solo sconfitta. È stata annichilita, disintegrata e asfaltata da una prova di squadra praticamente perfetta degli Springboks.




I sudafricani sono la peggior squadra che si possa incontrare in una partita come questa: perché sono capaci di sacrificarsi in campo come pochi. Perché portano dentro di loro un orgoglio forgiato su valori umani e sportivi che nessun altro ha. Uomini che hanno imparato a vivere insieme e “morire” sportivamente l’uno per l’altro in una nazione divorata dall’Apartheid e dalle guerre intestine.

Uomini bianchi e di colore che diventano un cuore e un corpo solo, vincendo qualcosa che va ben al di là di una partita. Basti pensare che nelle tre finali che hanno vinto, non hanno mai subito una meta.




La voglia di vincere ben rappresentata nel film Invictus, in quella vittoria altrettanto impronosticabile del 1995 contro la Nuova Zelanda di Jonah Lomu, e rappresentata dalla presenza oggi in tribuna dell’eroe di quel giorno: Pienaar.

Tecnicamente è stato un capolavoro. Sin dal calcio d’inizio il Sudafrica ha giocato la partita che doveva, non dando mai ritmo agli inglesi, dominando in difesa e nei punti d’incontro, e soprattutto in mischia chiusa, dove gli Springboks hanno costruito il loro successo. Gli inglesi non ci hanno capito veramente nulla, e nel secondo tempo le due meritate mete sudafricane hanno chiuso una partita in realtà mai in discussione.

La coppa, alzata dal primo capitano di colore della storia, è il modo più bello per chiudere quel cerchio aperto nel 1995 sotto gli occhi di Nelson Mandela, e il modo più bello per celebrare uno sport che porta con sé dei valori di lealtà e bellezza che solo chi ama può capire.




Ecco la sintesi della finale:

 

 


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