Sant’Agata e la ferocia dei sedicenti devoti

di Benni Galifi

A un paio di giorni dalla conclusione dei festeggiamenti catanesi in onore di Sant’Agata un utente Facebook – dapprima in incognito e, solo successivamente, svelando la sua presunta identità –  crea una pagina dal titolo che, a primo acchito, farebbe inorridire ciascun cattolico e credente: “Sant’Agata TI ODIO”.

L’intento dell’autore, più sarcastico e provocatorio che dissacrante e blasfemo, è subito confermato da alcune foto ritoccate che “giocano” col trecentesco volto della Santa scolpito dal Di Bartolo – icona sacra e intoccabile per tutti i catanesi – e alcuni famosi personaggi del mondo dello spettacolo e della televisione (il viso della martire rimpiazzato dalla faccia di Massimo Boldi, per fare un esempio).

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Non tutti i catanesi sanno che Sant’Agata è anche una delle patrone di Palermo. Molto amata anche da chi indossa la maglietta rosanero.

Se è vero che è lecito giocare coi fanti, ma imperdonabile scherzare coi Santi, sul web non tarda a scoppiare la tempesta: una valanga di insulti trabocca dai commenti alle fotografie e ai post del fondatore della pagina, marchiato a fuoco con la lettera scarlatta di demistificatore. Gli improperi degli utenti devoti alla Santa, tutt’altro che innocenti, sfociano ben presto in minacce di morte.

È a quel punto che l’amministratore della pagina incriminata spiega le sue ragioni: «L’ho creata non perché odi realmente Sant’Agata, ma per dimostrare quanto siano vomitevoli e incoerenti i devoti […] Ho ricevuto centinaia di minacce di morte rivolte alla mia famiglia e a me, mi sono state augurate malattie inguaribili e via dicendo. Tutto questo perché ho creato una pagina con questo titolo […] Voi falsi devoti con il sacco e poi mafiosi ( per fortuna non tutti i devoti sono così) nella vita siete cancrena purulenta di Catania, la feccia della feccia […]  La religiosità dovrebbe essere un valore nobile e personale, non idolatria spietata. Scommetto che la maggior parte di voi non conosce nemmeno la storia e il mito legato a Sant’Agata, vi mettete il sacco e difendete a spada tratta solo “Picchì è u simbulu i Catania”. Sant’Agata si starà rivoltando nella tomba. Fatevi una cultura, studiate, frequentate altri ambienti, ascoltate buona musica, aprite il vostro cervello perché tra gli integralisti islamici che tanto criticate e voi che minacciate di morte per una pagina Facebook non c’è alcuna differenza»

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Sant’Agata Bold Fonts.

Ben distanti dal cristiano “chi non ha peccato scagli la prima pietra”  – nonostante il discutibile affronto iconoclasta della pagina incriminata e l’offesa da essa arrecata a chi all’immagine di Sant’Agata si rivolge in preghiera –  il limite tra sacro e profano, religione e folclore, cristianesimo e fondamentalismo, sembra essere stato ampiamente valicato da coloro i quali dovrebbero farsi portatori di quel messaggio di amore, comprensione e perdono, lasciato in eredità, tra le altre, proprio dalla martire da loro venerata.

A tal proposito, all’indomani dalla festa catanese, la voce di Padre Resca, vice parroco della chiesa Santi Pietro e Paolo di Catania, aveva tuonato contro “una cittadinanza assente che però si materializza numerosissima ed entusiasta dietro il fercolo della santa”, mostrando tutte le sue perplessità nei confronti di  una festa da lui reputata “non cristiana”: «Mi hanno chiesto di far parte di un comitato che cerca di correggere le cose storte di questa festa: le infiltrazioni mafiose, la cera delle strade, gli “arrusti e mancia” a ogni angolo di via Etnea, i ritardi del rientro. Ho rifiutato. Perché questa festa non bisogna correggerla. Bisogna cambiarla radicalmente. Io non dico di abolirla […]. ma di distinguere la fede dalla devozione dei devoti. I preti sulla vara o sul fercolo, a raccogliere soldi e candele, no! Confonde! La mescolanza delle messe mattutine o vespertine con le bombe, no! Confonde! Le autorità che hanno ridotto questa città al lumicino, dietro la vara a sorridere alla gente per farsi applaudire e far dimenticare le loro magagne, no! Confonde! Le scommesse sull’ora di rientro dalla santa, con i relativi risvolti affaristici e mafiosi, insieme alle preghiere in cattedrale, no! Confonde!».

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Sant’Agata, The Movie?

Il parroco, dunque, sembra confermare quanto il fondatore della pagina Facebook “Sant’Agata TI ODIO” argomenta con tono laico e decisamente più forte nel suo post in risposta alle numerosissime minacce di morte rilasciate dai “devoti” catanesi.

Un credo che genera violenza, d’altronde, non è mai religione: gli integralismi islamici – cui l’autore della pagina fa riferimento – ne sono tangibile testimonianza. Perfino Stefania Falasca, editorialista del cattolico e conservatore “Avvenire”, in occasione dell’anno della Misericordia indetto da Papa Francesco nel 2016, esprimendosi riguardo all’attuale associazione di religione e violenza, ricorda che: «Le religioni sono, al contrario, fonte di dialogo e di pace perché la fede sincera apre all’altro, genera dialogo e opera il bene; mentre la violenza nasce sempre da una mistificazione della religione stessa che è assunta a pretesto di progetti ideologici che hanno poi come unico scopo sempre il dominio dell’uomo sull’uomo. La religione di per sé è fonte di pace, non di violenza».



A seguito delle molteplici segnalazioni da parte dei “devoti”, Facebook ha rimosso “Sant’Agata TI ODIO” in quanto motivo di incitazione all’odio e alla violenza. Tuttavia il provocatore Osvaldo Tudisco, troll della pagina incriminata,  sul suo nuovo profilo “Sant’Agata non mi stai molto simpatica, nulla di personale”, precisa che la sospensione della pagina è stata causata non dalla pagina in sé quanto dagli aggressivi commenti rilasciati dei sedicenti “devoti”.

In un’ultima analisi, prescindendo dal movente – che sia la religione o la politica o il calcio – dovremmo iniziare a domandarci dove ci porterà questo uso improprio, smodato e fuori controllo dei social media che non sembra conoscere altra forma di comunicazione all’infuori della violenza verbale e dello scontro e che trasforma le piattaforme virtuali in veri e propri teatri degli orrori, dando  “diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività” e che “venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel”. Con buona pace di Umberto Eco.



 

 

 

 

 

 

 

 

 


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