Referendum e Autonomia Siciliana

di Pasquale Hamel

Mi rendo conto che un coro indignato potrebbe accogliere queste mie breve considerazioni e che un ben più vasto consenso, dettato più dalla pancia che da riflessione razionale, sicuramente vi plaudirà. Personalmente convinto, come sono, delle ragioni che le giustificano, sono pronto a respingere le critiche e a non accettare lodi.

L'Assemblea Regionale Siciliana, parte fondamentale dell'Autonomia Siciliana oggi largamente criticata nel suo operato

L’Assemblea Regionale Siciliana, parte fondamentale della Autonomia Siciliana. Oggi largamente criticata nel suo operato

Perché, spesso, il rifiuto dell’autonomia non è motivato da obiezioni razionali ma da generico mal di pancia. Il discorso del ridimensionamento dell’autonomia deve invece partire da ragioni di sostanza e non da generico rifiuto della politica.

L’argomento in questione: una vecchia e sempre attuale criticità. Parlo appunto dell’autonomia speciale, anzi specialissima, che lo Statuto “concesso” nel 1946 alla Sicilia ha giuridicamente formalizzato. Dico subito: se c’è un appunto che posso fare alla riforma costituzionale che il 4 dicembre prossimo andremo a confermare o respingere, è proprio quello di non avere modificato il primo comma dell’art.116 della costituzione repubblicana.

Come è noto quel comma ha regalato condizioni speciali di autonomia a cinque regioni italiane, Sicilia in testa. La riforma, per motivi che non conosciamo ma intuibili, non ha voluto toccare questo punto ed è stato un errore.  Sì un errore, perché a mio giudizio le ragioni che giustificarono lo status di cui godono oggi alcune delle cinque regioni, e che si risolve, in fin dei conti, in disparità evidenti fra cittadini di uno stesso Stato, almeno per alcune di esse sono venute a mancare, in pratica non esistono più.

Se infatti la particolare condizione della Valle d’Aosta e dell’Alto Adige, in cui si registrano presenze perfino maggioritarie di nazionalità diverse da quella italiana e per questo motivo sono privilegiate  finanche dal bilinguismo  [non si dimentichi l’esistenza di trattati internazionali che le riguardano], e  ne legittimano specifici privilegi e differenziazioni, per quanto riguarda le altre regioni [a parte l’insularità, relativa alla Sicilia e alla Sardegna che reclama certo un supplemento di agevolazioni ma non certo il livello di specialità finora goduto] non mi pare che siano giustificati regimi differenziati di sorta.

La cappella Palatina, all'interno di Palazzo dei Normanni a Palermo, sede dell'ARS. Foto Igor Petyx

La cappella Palatina, all’interno di Palazzo dei Normanni a Palermo, sede dell’ARS. Foto Igor Petyx

In particolare, riferendoci alla Sicilia, bisogna aggiungere che, non solo sono venute a mancare le condizioni che legittimavano un diverso trattamento rispetto alle altre regioni italiane, ma che proprio la specialità “spinta” di cui continua a godere si è dimostrata nel tempo controproducente per la stessa crescita socio-economico dell’isola.

Che siano queste le conclusioni a cui ciascuno di noi può arrivare, basta una riflessione seria sulla storia di questi settant’anni di autonomia regionale siciliana. Se, infatti, si escludono brevi parentesi in cui tuttavia è prevalso il senso di appartenenza ad un Paese senza la ridicola idea di essere uno Stato nello Stato [si ricordi che nel dibattito alla Costituente venne più volte ribadito che il concetto di sovranità apparteneva in ogni caso allo Stato e non poteva in nessun caso essere condiviso] i risultati dell’autonomia sono stati veramente modesti e, in molte occasioni, si sono ridotti a ostacolo per la crescita dell’isola.

Bisogna riconoscere, amaramente, che l’unico vero risultato acquisito con quest’autonomia “speciale specialissima” è stato quello di avere fatto della Regione l’ultimo ridotto del “socialismo reale”. Il che, è inutile ribadirlo, ha avuto un effetto devastante sull’ambiente culturale ed economico dell’isola perché ne ha demotivato le capacità di iniziativa, l’autonomia individuale e collettiva, lasciando alle burocrazie e agli interessi di singoli o di gruppi di occupare spazi di intervento o di mediazione anche al di là del lecito.

Qualcuno, guardando a questa riforma, esprime dunque il suo No perché insinua il timore che l’autonomia della regione, nonostante il ribadimento di quel primo comma del 116 citato, venga alla fine ridimensionata. Personalmente, a mio giudizio, se questo timore fosse reale dovrebbe costituire un motivo in più per votare SI.

 

 

 


DIVENTA FAN DI MAREDOLCE SU FACEBOOK: Clicca QUI. Ti aspettiamo!