La libertà non è stare sopra un albero. Una storia dalla Tunisia

di Elena Beninati

La libertà è una cosa bella, talvolta parola vuota senza contesto. Un concetto senza senso, se a limitarne la valenza è una realtà totalizzante e priva di confini.

Dieci anni dalle primavere arabe, dieci anni dal rovesciamento, ingenuo e speranzoso, dei regimi dittatoriali di alcuni Paesi marchiati da una condotta comune. Dieci anni e molti fallimenti. Uno in primis: l’ennesima limitazione della libertà di espressione.



Vi racconto un caso.

Fakhreddine al Khotbi è un giornalista radiofonico tunisino. Nemmeno 30enne ha all’attivo alcuni scoop sul sistema politico, corrotto, della sua regione, il Governatorato di Tozeur. Latitudine 34 gradi nord, longitudine 8 gradi est.

Coordinate vicine alle nostre, sulla mappa. Coordinate che indicano, però, un distacco sostanziale dai valori, per noi europei sacrosanti, fondati sul rispetto e la libertà di parola. Fakreddine è uno dei tanti, ma davvero tanti, perseguitati sine giusta causa, in un Paese che sventola sommariamente il vessillo della democrazia.

Dopo dieci anni dal suicidio (omicidio) di Mohamed Bouazizi, il venditore ambulante di Sidi Bouzid che si diede fuoco, per protesta o forse solo disperazione, i desideri delle piazze, che in quei giorni si rivoltarono contro il potere del simil dittatore Ben Alì, sono andati in frantumi miseramente. Dai vagiti primordiali e genuini di una sorta di “democrazia al cous cous”, Tunisi ripiomba nel fanatismo e si impantana nei meccanismi antichi della corruzione.

Fakreddine svolgeva semplicemente il suo lavoro: indagare e intervistare i personaggi politici della sua regione. La sua emittente radiofonica Djerid Fm è interessata alle questioni locali, per cui è dovere di Fakreddine, bravo reporter e attento giornalista, documentare e raccontare il marcio che alberga fra i leader della regione.

Fak gestisce anche un blog col suo nome: Fakreddine al Khobti, in arabo فخر الدين الخطبي.

É membro attivo di Amnesty International e ci tiene a battersi in prima persona mettendo in luce alcune violazioni di diritti umani nel suo Paese. Nel 2018 è coinvolto in un caso di corruzione del settore agricolo della sua provincia, e costretto a lasciare il suo ruolo lavorativo, diventando così egli stesso il protagonista di un caso di persecuzione politica, di cui si occupa la stessa Amnesty International.



Fak, nonostante abbia lasciato il lavoro alla radio cedendo alle pressioni psicologiche, a distanza di quasi tre anni, ci racconta di subire ancora intimidazioni da parte di politici e poliziotti. Nessuno è rimasto al suo fianco. Nemmeno la sua emittente Djerid Fm. E oggi, senza lavoro, senza entrate, e senza riconoscimento, né protezione, dichiara di aver perso la sua dignità oltreché quel valore fondante che noi, democratici europei, chiamiamo libertà.

“Sono stato umiliato senza motivo per più di due anni e perseguitato politicamente dalle autorità tunisine senza una chiara accusa; coloro che mi perseguitano sono veri professionisti nel farlo, nascondono le prove e minacciano i testimoni. Ho perso la mia dignità, sono stato ferito mentalmente e fisicamente. Tutto questo per ledere il mio diritto alla libertà di espressione.

Nonostante abbia lasciato il mio lavoro di giornalista radiofonico, non mi hanno dimenticato, per questo mi trovo ancora sotto osservazione. Nella mia stessa città ho più nemici che amici; mesi fa sono stato aggredito con un coltello e un bastone e sono vivo per miracolo; in ospedale si sono rifiutati di curarmi e quando mi sono ripreso ho scoperto che mi hanno accusato e condannato a quattro mesi di duro lavoro senza nemmeno convocarmi in tribunale, in più hanno minacciato il mio avvocato. In teoria secondo la legge tunisina non hanno alcun diritto di farmi del male, tuttavia alcuni alti funzionari del Ministero degli Interni tunisino possono perseguitare le persone e i familiari senza che nessuno osi opporsi. Sono le radici del regime di Ben Ali e della sua dittatura.

Ho fatto appello a un ordine del tribunale, ma le autorità si prendono gioco di me e ritardano la causa.  Non mi sento più al sicuro e per questo ho lanciato un appello, una richiesta di aiuto, per me e per tutti i giornalisti che subiscono ingiustizie simili e peggiori.”

La Tunisia per un po’ ci ha fatto sognare, interpretando il copione del bel paese. Ma al popolo che chiedeva “shrol, hurria, karama watania“, (“lavoro, libertà, dignità nazionale”) la “Rivoluzione della dignità” non ha lasciato alcuna possibilità.

 

(Articolo pubblicato anche su “Il salto della quaglia” il 31 dicembre 2020) 




 


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