Di Maio propone Di Battista agli Affari Europei. C’è una logica nella follia

di Vincenzo Pino

Immaginarsi Di Battista districarsi nella diplomazia europea, il terzomondista con il rolex, il “democratico” alla Maduro, il seguace dei gilet gialli che propagandano colpi di stato e guerre civili, il recente innamorato di Salvini e delle sue menate antieuropee, non è esercizio facile.

Gilet ministeriali….

Sarebbe un elefante nella cristalliera. Eppure Di Maio lo propone. Potrebbe sembrare l’ennesima provocazione del guitto napoletano dopo le indicazioni di Grillo che vanno in tutt’altra direzione. E questa è una possibile chiave di lettura.

Ma è possibile estrapolarne un’altra. Quella per cui allo scopo di rendere appetibile la partecipazione al governo alla casta dei cliccanti della piattaforma Rousseau, si lanci questa esca per fare approvare il disegno.



Di Maio, propaganda e non politica

Non importa che poi Di Battista non sarà preso in considerazione da nessuno. Immaginare Mattarella che lo nomini, ad esempio. Immaginate come possa incontrare Macron oppure Ursula Von der Leyen. L’importante, per Di Maio, è dimostrare che lui sia stato il “dominus” della consultazione on line, per ri-acquisire il titolo nella compagine di governo di “capo politico“.

Quello che teorizzava di aprire il Parlamento come una scatoletta che si trova a fare il tonno. E che adesso cerca disperatamente di rompere le reti in cui è stato avvinghiato prima da Salvini, che gli ha sottratto metà di elettorato, ed ora di Conte. Che in questa crisi provocata da un orrido contratto di matrimonio tra populisti, vorrebbe ridimensionarne il ruolo.



Scatolette di tonno

Dall’altra parte della trattativa, il Pd tenta di sminare l’ostacolo Di Maio, proponendo l’abolizione dei vice premier.

Ci è arrivato finalmente Zingaretti a questa soluzione, dopo che Franceschini (e prima ancora Renzi) lo avevano proposto pubblicamente.

Al di là della narrazione di certo giornalismo, sembra che si sia creato, nella gestione della crisi di governo, un’asse tra Renzi, Franceschini e Zingaretti.

I quali si tengono giustamente lontani da proposte di incarichi che li riguardino, lasciando ampi spazi di manovra alle scelte di Conte ed alla supervisione di Mattarella. Per realizzare un governo fatto di esponenti prestigiosi e non dalla sommatoria di capi corrente. Su questo vedi anche: Il nuovo momento di Zingaretti sullo sfondo di Berlinguer.




Bella lezione per i cinque stelle e per Salvini, che ora strepita sul commercio delle poltrone mentre aveva promesso a Di Maio quella di leader se si fosse accordato con loro.

Nel frattempo, un sondaggio di Izi rileva tra il 7 e l’8% il consenso ad un eventuale partito di Renzi. Un mese fa Piepoli lo aveva quotato invece all’1% e messo quasi fuori dai radar della politica.

Renzi alza il pollice

Probabilmente alla luce di questo abbaglio indotto dal sondaggista qualcuno pensava che Renzi fosse stato emarginato e cancellato dalla scena politica.

E molti nel Pd a protestare, rifacendosi a questa sua pretesa marginalità di consensi, dopo la conferenza stampa in cui il fiorentino aveva espresso il suo orientamento sulla crisi.

Una sequela di rimbrotti, da Damiano a Boccia, a Cuperlo, alla Di Michele qualche settimana fa. Ed ora silenzio. A protestare contro la soluzione della crisi restano l’Annunziata, De Angelis, Damilano e Calenda. Bontà loro.




D’altro canto, anche Travaglio si è convinto sulla validità dell’operazione di governo M5S-PD, come ha testimoniato ieri sera al Festival del Fatto. E Calenda rientrerà presto perché sia nel Pd che fuori non conta molto. Magari potrà ritrovarsi qualche giorno con Richetti la cui candidatura alle recenti primarie del Pd sappiamo com’è finita, a nulla. Insieme, loro due soltanto, contro il voto unanime di duecento presenti dell’assemblea Pd.

 


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