Mi chiamo Ahmed e sono nato a Palermo

di Marco Pomar

 

Mi chiamo Ahmed, ho nove anni e sono nato a Palermo.  Ma non sono italiano.

A quanto pare sono siriano, anche se non sono mai stato in Siria. Ho visto dov’è su internet, ma non parlo quella lingua e non so se è bella come la città dove sono nato.



Mi chiamo Ahmed e sono nato a Palermo… e vivo a Ballarò. Foto di Giulio Azzarello

Vivo a Ballarò, mio papà lavora in un bar e la mia mamma è casalinga, ma ogni tanto va a fare dei servizi da alcuni vicini. Io sono tifoso del Palermo, e mi sono messo a piangere quando siamo scesi in serie B.

Non ho ben capito perché non sono italiano, credo sia per il colore della pelle, visto che la lingua la parlo molto bene. Il siciliano, intendo.

Mio padre mi ha detto che in questi giorni si sta facendo una legge per rendermi italiano, e questa cosa mi fa molto piacere, non credevo di essere così importante.

Però mi dispiace che un sacco di gente, ho visto in televisione, è scesa in piazza perché non vuole che io sia italiano. Addirittura hanno attaccato la polizia e sono volati pugni e calci, mi sembra eccessivo.

Mio padre sta cosa non è che me l’ha spiegata bene, mi ha detto che alcuni vorrebbero inserire nella legge il fatto che io devo sapere parlare bene la lingua di qui, devo conoscere perfettamente gli usi, i costumi e i piatti della mia città.

Non mi hanno detto quando devo fare questo esame, però ho studiato tanto e mi sento pronto. So dire un sacco di parole siciliane: camurria, bordello, travagghio, arruso, botta ri sale, e tanti altri. Conosco le panelle, i cannoli, la cassata, e lo sfincione. Mi piace anche molto il cuscus, ma questo ho capito che non lo devo dire.

Ho capito anche come funzionano un sacco di cose in questo paese: molti sono razzisti, e sono rappresentati anche in parlamento, e altri fanno finta di non esserlo, ma dicono che l’ingresso di altri cittadini stranieri va regolamentato. Anche se non capisco cosa c’è da regolamentare quando in centinaia sono su una barca che sta affondando.




Ho capito che quando uno inizia un discorso dicendo “io non sono razzista, ma…” vuol dire che lo è.
Ho capito che quando uno dice: “Ci sono problemi più importanti di questo”, anche qui vuol dire che lo è.
Qualcosa l’ho capita, ma ancora tante altre cose no. Forse le capirò quando sarò più grande, mi ha detto papà.
Quando sarò italiano pure io. Spero.

 

Le foto in copertina e nel testo sono di Giulio Azzarello. Tutti i diritti riservati.

 

 

 


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