Il pastrocchio dei venduti a Mosca arriva a Palermo

di Gabriele Bonafede

Una volta, venduti a Mosca, era l’epiteto che esponenti della destra nazionale davano a comunisti e socialisti. Era lanciato anche durante discorsi ufficiali all’Assemblea Regionale Siciliana (ARS), soprattutto da parte di esponenti del Msi e dei Monarchici all’indirizzo di Li Causi e i suoi compagni di partito.

Nel Paese governato da Mosca

Forse a ragione, ancorché, nel Psi e poi anche nel Pci di allora, non furono pochi coloro i quali dissentivano dal seguire la linea della Russia di allora. E comunque era soprattutto un legame ideologico.

In ogni caso, era un epiteto che in qualche modo poteva innervosire. A volte era accettato con dignità. Perché, anche quando meritato, era comunque riferito a un’idea, o anche un’illusione, sul funzionamento di una “nuova civiltà socialista o comunista”. Illusione che crollò decenni dopo, ma che, ancora, negli anni ’50 e ’60 (e oltre) del secolo scorso, poteva aver presa su molte persone. Il mondo socialista, in qualche modo, progrediva così come il mondo occidentale. A volte, per certi settori, anche più velocemente per lo meno fino alla fine degli anni’60.

Ironico. Oggi, i “venduti a Mosca”, sono i putinisti della destra italiana ed europea. Quelli che, come Salvini, non disdegnano persino di portare le bandiere della Russia in massa a comizi ed eventi. Schierandosi sempre e comunque con Mosca e Putin. E, oggi, senza quel minimo di critica che pure c’era tra i comunisti pro-Mosca di decenni fa, anche i più convinti. Negli anni ’50 c’erano meno bandiere russe nei comizi del Pci di quante ce ne siano oggi nei comizi di Salvini & C.




Se decenni fa, la parola “venduti” era poco meritata, perché comunisti e socialisti semmai avevano una predisposizione ideologica ad andare verso Mosca, oggi è invece più che meritata. Perché Salvini e la Le Pen vanno apertamente a Mosca a chiedere soldi. E non se ne vergognano. Per lo meno, i partiti comunisti di un tempo se ne vergognavano e forse lo nascondevano. Loro no: Salvini e Le Pen sono come quei mariti cornuti e consenzienti che accettano l’intromissione di altri a casa propria.

E a Salvini si è aggiunto anche il partito “Fratelli d’Italia”. Che semmai si dovrebbe chiamare “Fratelli di Russia”.

Questo obbrobrio, questo essere con Mosca tutti insieme, è arrivato anche a Palermo. Con una lista da brivido: Salvini, Fratelli d’Italia e un non ben chiarito “Centro destra” (con la bandiera sbagliata sul simbolo) tutti insieme in un’ammucchiata da fare rivoltare lo stomaco.

Con tutta sincerità e con tutta la meritata stima che si può avere per molti singoli esponenti politici e militanti di questo schieramento a Palermo, sembra una cosa orribile.

Forse, tra tutti i pastrocchi di queste elezioni comunali a Palermo è il peggiore di tutti. Perché, oltre che nelle persone, è un pastrocchio nelle idee fondanti. Un partito che dovrebbe essere per la nazione italiana e invece si unisce con uno palesemente venduto a Mosca, e che fino a ieri propagandava l'”indipendenza del nord” dall’Italia, è la cosa più infelice che si possa vedere.

Triste, molto triste: come un’automobile che affonda in un acquitrino, cosa visibile in determinate periferie russe.

 

 


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