“The farewell” e il patrimonio della diversità culturale

di Maria Teresa de Sanctis

Sappiamo bene come la menzogna sia da evitare e senz’altro mentire è fra le azioni più ignobili che si possano immaginare. Eppure certe volte, a fin di bene, qualche bugia può essere necessaria. Ed è intorno ad una bugia appunto “buona”, che prende corpo il delizioso film “The farewell, una bugia buona”, della regista Lulu Wang. Si tratta di  una produzione cinese e americana, cosa che è già di per sé interessante nel mondo di oggi.



Awkwafina, pseudonimo di Nora Lum, e Zhao Shuzhen in “The farewell, una bugia buona”

Qui i cinesi si raccontano, e lo fanno in modo delicato. Raccontano così il grande amore per le loro tradizioni ma anche il grande rispetto per le culture dalle quali sono stati accolti.

Una ragazza cinese, Billi, nata a Pechino ma dall’età di sei anni residente a New York, è molto legata alla nonna, come d’altronde tutta la sua famiglia.

Tutti i parenti decidono di tornare in Cina per porgerle l’ultimo saluto a causa di un cancro che viene diagnosticato all’anziana. Dagli esami clinici sembra infatti che la malattia sia a uno stadio molto avanzato.




Ma, secondo quella che sembra essere una consuetudine cinese, non si vuol far capire alla malata che il ritorno in patria di tutti i familiari è dovuto alle pessime condizioni della sua salute. E così si inventa il pretesto del matrimonio di un nipote. Naturalmente si farà di tutto perché la triste verità venga nascosta a Nai Nai, la vecchia nonna, arzilla nonostante tutto.

Protagonista allora della storia diventa l’amore per la Cina, per le sue tradizioni, il senso della famiglia innanzitutto. Ecco che con semplicità la loro cucina, il loro culto dei morti, l’affetto familiare che li tiene così vicini il film ci racconta del loro mondo, delle loro radici sempre molto presenti. E se qualcuno non sa più leggere il cinese o addirittura non lo parla del tutto, poco importa. Sono sempre figli della Cina.




Uno dei figli della nonna vive in Giappone. E afferma che una cosa che contraddistingue l’oriente dall’occidente è che in oriente ancora tutto è racchiuso nella famiglia. La famiglia è tutto. Ed ecco che qualcosa ci risuona. Dalla Cina alla Sicilia, dall’Africa alla Mongolia, la famiglia, l’amore che unisce i propri cari, ovunque sparsi per il mondo, porta sempre allo stesso senso di accoglienza, dolcezza e catarsi.

Quell’amore che il profondo e povero Sud certe volte travisa o coniuga in modo improprio, ma che è comunque un valore. Proprio nella lontananza dal proprio paese ci avvicina alle nostre origini e per questo ci fa portatori della nostra cultura pur essendo cittadini del mondo.




Sentire cantare i diversi membri della famiglia in cinese, in giapponese, in inglese e persino in italiano, durante una festa è il modo più bello per dire che l’integrazione comincia dal rispetto delle diversità.

Comincia nel poter mantenere le proprie radici pur aprendosi al nuovo di quel qualsiasi mondo. Che, pur lontano da noi per usi e costumi, ci può invece accogliere in nome di quella mescolanza che ha sempre caratterizzato l’evoluzione del vivere sociale nell’umanità in ogni epoca. Un elogio della diversità come patrimonio di tutti.




Ecco il trailer ufficiale in italiano:

 

 

 


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