La bufala doc: il turismo salverà la Sicilia

di Geppo Ariafina

Ma Palermo e la Sicilia, non erano mete turistiche di successo e in fortissima ascesa? Ed ecco beccata un’altra bufala: il successo del turismo. Che “ci salverà”, economicamente. I tanti proclami “euforici”, strombazzati a destra e a manca dai media, non trovano, benché cercati, riscontri “numerici” che li confermino.



Un’icona del turismo in Sicilia.

La malcelata bufala è probabilmente ordita e alimentata da chi ha motivi e interessi a dissimulare incompetenze, sperperi, cecità strategica, incapacità programmatica, scarsa competitività e l’inefficienza cronica degli organismi preposti all’organizzazione quanti-qualitativa dell’offerta e alla promozione in area “globale” del comparto turistico regionale.

Infatti, a ben vedere i “numeri” del turismo isolano, ancorché in crescita, sono sempre e comunque, di gran lunga inferiori alle reali, enormi potenzialità intrinseche dei luoghi.




Sono inferiori all’immenso patrimonio storico, artistico e culturale, proponibile ai “turismi” nazionali e non. Essere “cul de sac” a volte è un’offesa. Si dice che solo in Sicilia ci sia il 60% delle attrazioni storico-monumentali del Sud Italia. Per non parlare delle sue eccellenze eno-gastronomiche e dei tanti paradisi ambientali. Eppure siamo (come regione) solo al settimo/ottavo posto.

Escludendo le “regine” Roma e Venezia, già la stessa Bari o la sola Firenze, attirano molto più del doppio dei turisti esteri che arrivano ogni anno in Sicilia. Ossia quelli che scelgono di avventurarsi nell’ignoto (e spesso malfamato) Mezzogiorno d’Italia, prolungando i loro tour anche oltre la Puglia o, sul versante occidentale, più a sud di Napoli.

Mi chiedo come si possa tollerare, oggi, nell’era dei voli low cost e della world economy, tanta incapacità “sistemica” nel mettere bene a frutto un capitale prezioso (posseduto) spendibile in un settore, il turismo, talmente in espansione e potenzialmente remunerativo da poter, da solo, produrre ricchezza, sviluppo, benessere e occupazione per molti.



La cappella Palatina, all’interno di Palazzo dei Normanni a Palermo, sede dell’ARS. Foto Igor Petyx

Perché, ci si ostina a ignorare l’insufficienza dei collegamenti aerei e la scadente qualità delle strade e dei trasporti in genere, in, da e per la Sicilia? Come mai ci sono intere città a forte attrazione turistica con l’immondizia dappertutto? Perché continuare a tenere una situazione che produce una forte perdita di “appeal” e competitività oltre a un isolamento culturalmente ed economicamente devastante?

Solo per fare un esempio, nel 2019 per arrivare in Sicilia a dicembre in aereo, chiunque e da dovunque provenga, a meno che non abbia potuto prenotare sei mesi prima, deve obbligatoriamente spendere un capitale.

Come si pensa, a parte che a parole, di salvaguardare gli investimenti nel settore, fatti “sulla fiducia”, da piccoli o grandi imprenditori nostrani e non, con i loro B&B, alberghi, resort, spa e case vacanza, che hanno estremo bisogno di destagionalizzare le presenze? Mi sono perso qualche puntata?




E qui la mente vola a ritroso. A quando viaggiavo spesso per lavoro. E notavo le varie pubblicità della Sicilia e delle sue bellezze, di fatto inesistenti nei principali aeroporti Europei e, salvo rare eccezioni, in altri scali d’Italia.

Ma che poi ti circondavano a 360° appena sbarcavi a Palermo, Birgi o Catania. E poi proseguivano per le strade, sui giornali e tv locali, etc. etc. Solo in Sicilia, però.

Ma come? Ogni anno si spendono milioni di fondi regionali e/o europei in spazi di visibilità per promuovere la Sicilia ai turisti che già l’hanno scelta e sono già o in arrivo o in partenza? O addirittura agli stessi siciliani? È come reclamizzare all’oste quant’è buono il suo vino. A che pro? Con quale prospettiva di riscontro?




Un’idiozia sia strategica che concettuale, molto costosa e del tutto inefficace se il fine era di attrarre l’attenzione e orientare le scelte di destinazione di nuovi target group turistici per incrementare gli arrivi dal nord Italia e dall’estero.

A meno che, ma ora non vorrei passare per il solito malpensante, non si continui, ancora e come sempre in passato. E cioè con le solite squallide pantomime architettate su misura per giustificare “tecnicamente e strumentalmente” agli occhi dei grulli, dei creduloni.  E di chi usa o deve usare (volontariamente) il prosciutto al posto degli occhiali.

Vengono in mente i tanti, tantissimi milioni di aiuti vari e risorse comunitarie spesi (o dilapidati) in operazioni locali e/o a corto raggio (e intelletto). Spesi in sagre e fiere di paese a uso e consumo degli indigeni, o quasi. Spesi in missioni e meeting tecnici in Papuasia o Tanganica (per favorire l’interscambio?).




Per poi produrre, in fin dei conti, risultati numericamente modestissimi e tecnicamente valutabili come né congrui né commisurati all’esborso e all’oggettivo (enorme) potenziale competitivo dell’offerta. Ma su quest’argomento, di sicuro, mi sto sbagliando, e pure di grosso.

Chi mai potrebbe avere, oggi, con la fame disperata di opportunità e lavoro, con il bisogno assoluto di mettere a frutto, e presto, tutte le risorse disponibili e con la perdurante crisi generale che c’è, la faccia tosta e l’arroganza per poter fare una follia del genere?




 

Prima foto nel testo. Photo by Samuel Ferrara on Unsplash.

 


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