Gigantesca manifestazione a Londra contro la Brexit

Manifestazione con 870mila persone per la People’s Vote March. Il nuovo referendum è possibile

di Gabriele Bonafede

 

Oltre mezzo milione di persone, ma le stime degli organizzatori parlano di 700 mila (poi 870mila), sfilano a Londra per chiedere di fermare la Brexit al grido di Stop Brexit.

Londra con gli spazi pubblici saturati dalla gigantesca manifestazione contro la Brexit: la People’s Vote March del 20 ottobre 2018

Il centro di Londra è letteralmente saturato da centinaia di migliaia di manifestanti che chiedono una cosa semplice, legittima, logica: un referendum di approvazione o rigetto dell’accordo (o mancanza di accordo) tra il governo britannico e l’Unione Europea.

Al momento non c’è alcun accordo, alcun “deal”, tra il Regno Unito e l’Unione Europea. A due anni e mezzo dallo sciagurato voto del 2016, Regno Unito e UE vanno incontro alla catastrofe. Secondo tutti gli studi pubblicati una “hard Brexit”, ma anche un qualsiasi “tipo” di Brexit, rischia di portare una recessione senza precedenti per il Regno Unito che ha grandi probabilità di disseminare nuova miseria per tutta l’Europa.




È ormai chiaro che il referendum fu vinto dai “leavers”, quelli per la Brexit, sulla base di fake news, propaganda aggressiva, sostegno di oscure zone dei social network, bugie. È ormai chiaro che la Brexit ha vinto con il sostegno di troll, bot e fabbriche di disinformazione con sede in Russia, dove il regime di Putin ha interesse a gettare l’Europa nel caos.

La People’s Vote March del 20 ottobre 2018

“We demand a people’s vote”, noi chiediamo il voto del popolo per approvare o meno la Brexit e le sue modalità di attuazione, scandiscono i manifestati. Questo è il senso della democrazia per riprendersi il futuro. Futuro rappresentato dalle nuove generazioni, quei “millennials”, quei giovani tra i 18 e i 25 anni che, mentre in Italia si sono dati alla follia di Lega e Cinque Stelle, in Gran Bretagna hanno avuto la maturità e il senno di votare contro la Brexit già nel 2016. E oggi manifestano per il progresso della civiltà occidentale contro la regressione e la recessione.

La Brexit dovrebbe entrare in vigore nel marzo del 2019. Mancano solo cinque mesi a un big-bang nel quale le relazioni commerciali tra Regno Unito e Unione Europea sarebbero complicate a dismisura da un giorno all’altro, massacrando anche l’export italiano verso la Gran Bretagna. Questo rappresenta il 5,3% dell’export dell’Italia, per un totale di oltre 27 miliardi di Euro (2016, dati OEC).

Questa massa di beni e servizi avrebbe enormi difficoltà ad arrivare a destinazione nel momento in cui il Regno Unito esca dall’Unione Europea con una Brexit senza accordo commerciale, o anche con un accordo commerciale che non sia di pari livello di quello esistente prima della Brexit.




L’Italia esporta nel Regno Unito soprattutto macchinari, automobili, vino, abbigliamento, prodotti minerari, mobili, scarpe, ceramica, una grande quantità di prodotti dell’agricoltura e un’infinità di beni e servizi in altri settori di produzione. Centinaia, migliaia di imprese italiane si troverebbero con molti più documenti da produrre per esportare. Si troveranno con controlli a dogane completamente intasate a causa di personale e infrastrutture insufficienti. Da un giorno all’altro. Creando una perdita semplicemente mostruosa all’economia italiana. E in ogni caso, gli esportatori italiani si troverebbero a dover esportare con dazi d’importazione che farebbero lievitare il prezzo dei propri beni riducendo la competitività dei prodotti italiani sul mercato britannico.

Brexit… un mazzo così

Tutto questo, gli italiani non l’hanno ancora capito, intenti come sono a osannare un governo che non vede al di là del reddito di cittadinanza e del condono a chi non paga le tasse.

Ma non è tutto. L’Italia ha una bilancia commerciale largamente in attivo con la Gran Bretagna. In più importa dal Regno Unito una grande quantità di prodotti essenziali alla produzione italiana per un valore di 13,5 miliardi di euro. L’Italia si potrebbe trovare, per lo meno nei primi tempi, ad avere penuria di alcune materie prime, di componenti per le macchine, di parti per la produzione di automobili, di molte medicine e tanto altro. Anche i britannici si troverebbero ad affrontare una burocrazia del commercio estero dieci volte più lunga, complessa e costosa. Anche loro avrebbero il problema di spedire le loro merci in Italia attraverso infrastrutture doganali e di controllo al momento semplicemente inadeguate e comunque con dazi di importazione che ne aumenterebbero il prezzo.




L’impatto sul turismo, inoltre, sarebbe devastante. L’afflusso di turisti britannici in Italia non sarebbe più facilitato dall’appartenere a un singolo blocco come l’UE, ma ci sarebbe bisogno del visto per entrare in Italia, con costi e tempi che inciderebbero nelle presenze dei britannici nel nostro Paese e viceversa.

Il disastro al quale si va incontro con la Brexit non è solo economico, ma anche civile, culturale, morale. Perché i britannici non potranno più viaggiare liberamente per l’Unione Europea e gli italiani non potranno più viaggiare liberamente nel Regno Unito.

La gigantesca mobilitazione realizzata con la People’s Vote March non è dunque solo a beneficio del Regno Unito, ma anche a beneficio dell’Italia e di tutta la civiltà occidentale.