Sei anni senza un poeta

Il 1° marzo 2012 ci lasciava Lucio Dalla: cosa resta della sua eredità

di Davide Mannelli

 

Spesso, quando di parla di Lucio Dalla, si finisce con il tirare fuori la parola “genio”. Pensiamo sia più giusta la parola “poeta”. Perchè Dalla, al di là delle sue stralunate e meravigliose stravaganze (dai balletti ai look) è stato principalmente un autore di struggenti e indimenticabili melodie, uno dei più raffinati depositari della canzone autoriale italiana, al pari di De Andrè, Guccini, Tenco, e pochi altri.

Sono già volati sei anni, da quando ci giocò lo scherzetto all’hotel di Montreaux, con quell’ultimo gesto inaspettato, dopo averlo visto e ammirato appena poche settimane prima a Sanremo.

Due giovani Gino Paoli e Lucio Dalla

Oggi, nel 2018, sarebbe curioso sapere cosa canterebbe e scriverebbe Lucio. Lui, sempre così polemico con le cose che non andavano in Italia, ne avrebbe avuto di materiale. Che note butterebbe giù per parlare dei migranti, della mala politica, della morte civile di questo paese allo sfascio. Probabilmente stupirebbe ancora una volta e farebbe tutt’altro disco, mettendoci quello che avrebbe voluto lui e non lasciandosi condizionare da elementi esterni. Del resto, quando tutti si aspettavano una cosa da lui, Dalla andava subito in direzione opposta, al rifugio dalla banalità e dal conformismo.

E dire che la strada era stata in salita anche per lui. Aveva dovuto fare collezione di insuccessi, prima di veder riconosciuto il proprio talento.

Negli anni ’60, durante i vari Cantagiro, il giovane Lucio veniva accolto a suon di fischi e la gente gli tirava addosso noccioline e pezzi di mela, come lui stesso (sorridendone) ricordava.




Quel giovane bolognese, negli anni del boom, era ancora un alieno per il pubblico di massa, che non capiva bene cosa volesse esprimere questo tozzo e peloso essere umano, che se ne andava in giro con pezzi nonsense e stralunati come Paff bum. Tentò anche la carta del Festival, prima nel ’66 e poi l’anno successivo, ma senza lasciare il segno.

La svolta, come noto, avvenne nel 1971, quando l’Italia conobbe 4 marzo 1943 (ma il titolo della versione censurata era Gesù Bambino). Un pezzo presentato a Sanremo, anche questo, e che divenne subito un marchio di fabbrica del cantautore emiliano. Per la prima volta Dalla vende. Vende tanto. Migliaia di dischi, dopo dieci lunghissimi anni di umiliazioni. Il bis arriva l’anno dopo con Piazza grande, con di nuovo il palco della più nota rassegna canora a fare da testimone.

Ed ecco che scatta subito il Dalla che ama cambiare. Si affranca degli autori precedenti e sceglie come nuovo collaboratore il poeta Roberto Roversi. Assieme pubblicano tre album decisivi nella storia della canzone italiana: “Il giorno aveva cinque teste”, “Anidride solforosa” e “Automobili”. Dentro ci sono delle autentiche perle come Il coyote, Un auto targata TO, Tu parlavi una lingua meravigliosa, Nuvolari, Il motore del 2000. 

Lucio Dalla ha ormai 34 anni e si sente pronto per scrivere totalmente da solo i propri testi. Capisce che bisogna liberarsi dell’eccessivo ermetismo del paroliere Roversi e fondere assieme poesia e semplicità, rivolgendosi ad un pubblico più vasto possibile. Così, raccoltosi in concentrazione nelle isole Tremiti (luogo a lui caro) dà vita nel 1977 a “Com’è profondo il mare”, album-pensiero dedicato ai temi del potere, della solitudine, del sesso.

E’ il periodo d’oro per il cantautore di Bologna, che con i due successivi album lascia in eredità canzoni come Anna e Marco, L’anno che verrà, Milano, Futura, Cara, La sera dei miracoli, Meri Luis.

Dopo qualche anno di stasi (qualcuno parla ormai di vena artistica esauritasi) l’artista riesce a sfondare i confini internazionali con Caruso.




E’ il 1986 e la canzone ha un successo planetario, venendo negli anni interpretata da una miriade di colleghi fino al celebre duetto con Luciano Pavarotti, che era profondamente innamorato di quel testo che parlava degli ultimi istanti di vita di un altro grande tenore.

Come solito fare, Dalla cambia ancora una volta. Cambia atmosfere, contesti, spirito. Questa volta ha voglia di divertirsi e parte assieme all’amico Gianni Morandi con un tour di grande successo, sul finire del decennio. Il 1990 si apre con “Cambio”, altro album di successo trainato dal tormentone Attenti al lupo, ma che contiene al suo interno pezzi ben più significativi come Le rondini, Bella, Apriti cuore. E’ ancora una volta un Lucio Dalla a due facce, adulto e bambino, poeta e menestrello, impossibile da decifrare (“Sono uno che odia i codici”- diceva), capace di catalizzare l’attenzione con un brano “facile”, ma subito dopo capace di tuffarsi in altri mondi, più intimistici, sofferti, trasognati.

E’ per questo che l’artista ci rimase assai male, quando pubblico e critica non capirono totalmente il suo “Henna”, album del ’93 che rifiutava le logiche commerciali del lavoro precedente.




L’ultimo vero acuto, in termini di riscontro di vendite e critiche, Lucio Dalla l’ha conosciuto con “Canzoni”, che superò la soglia del milione di copie di dischi: al suo interno, oltre alla traccia-guida Canzone, è da ricordare la bella Ayrton, dedicata al pilota brasiliano deceduto nel tragico incidente del Gran Premio di Imola due anni prima.

Il vecchio millennio che si sta chiudendo è salutato con “Ciao”, che riscuote consensi più modesti. Gli ultimi dieci anni di vita Dalla li ha dedicati soprattutto alla lirica, presentando una edizione personale della “Tosca” (Tosca amore disperato) e regalandosi alcuni preziosi duetti, come quello con Mina e il ritorno con De Gregori per un tour.

Infine l’ultima partecipazione a Sanremo, nel 2012, accompagnando l’ultimo suo pupillo Pierdavide Carone, lui così attratto anche dal suo ruolo di talent-scout. L’infarto del 1° marzo ha fermato l’uomo, ma non l’artista.

 

 

Immagine di copertina: Di Lucarelli – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5449314