Gattopardi e gabelloti. Perché la Sicilia rimane ancorata a 150 anni fa

di Giovanni Rosciglione

Volevo scrivere qualche sciocchezza sulle prossime elezioni amministrative di Palermo, che saranno domani: nel 2017. E sulla necessità, che avverto, di cambiare registro.

Ma mi sono imbattuto in questo mio articoletto sulle elezioni comunali a Palermo del 2012, nel quale prendevo posizione non neutrale all’approssimarsi della contesa per la scelta del Sindaco.

Palermo sembra ancora oggi quella del Gattopardo… Panorama da Monte Pellegrino. Foto di Gabriele Bonafede

Il titolo dell’articolo era: “Opinioni, elezioni e rottura degli schemi”.

E ne riporto il passo centrale: “Il problema non è di ‘classe’, ma di ‘cultura’. E il fatto è che Palermo ha una classe dirigente con poca… ‘classe’. Capace di avvertire con disgusto “puzze sotto al naso” altrui, ma di ignorare sempre i propri afrori. Ne è nata una società bloccata, stagnante, limacciosa. Sedariani e Gattopardi magari hanno magnanimamente accolto a corte i rappresentanti delle nuove corporazioni. A volte recitano la commedia del combattimento, ma sostanzialmente si trovano mutuamente d’accordo a ‘non cambiare’. Provate a chiedere a qualche giovane che vorrebbe accedere alle Professioni, che vorrebbe avventurarsi in un’intrapresa produttiva, vincere un concorso universitario. Ci vuole il pass! Firmato Corbera o Sedara, ma il pass! O se no, via per Milano, Londra, Francoforte, Melbourne o Singapore… Insomma, sono del parere che è da questo ‘blocco’ sociale, da questa palude culturale, che nascono tutti i nostri guai. Compresa una mafia che, più che in ogni altra parte al mondo, ha una capacità mimetica e adattativa che solo il meccanismo Sedara/Corbera può spiegare.”

E chiudevo l’articolo auspicando un voto per un cambiamento.




Tutti sanno come andò a finire. E tutti possono constatare che i miei auspici, come era prevedibile, furono delusi.

Ve lo riporto, come testimonianza di cocciutaggine, invitandovi tuttavia a leggere quella mia dilettantesca e temeraria analisi sulla società palermitana e su i suoi meccanismi di mimetica conservazione, alla luce degli accadimenti di questi ultimi anni: il caso Tutino, Il caso Helg, il caso Marcatajo, il caso Saguto e del circo dei beni confiscati, il caso Montante e così via.

Gattopatdo garibaldini a Porta Felice da ilcinemaritrovato_itE anche a valutare con obiettività il livello qualitativo della nostra città e il clima culturale che vi si respira.

Resto convinto che ci voglia una trasfusione totale di sangue.

Il punto è che io penso che non basti più cambiare nomi o parte politica a Palermo, ma ci voglia la folle, esaltata ambizione dell’entrata in scena di un nuovo nucleo di giovane classe dirigente che predichi e pratichi la cultura dell’etica della responsabilità, della religione civile, del repubblicanesimo democratico, della radicalità laica di Sciascia, della liberalità di Croce, della profondità di Gramsci. E che questa nuova leva sia disposta a mostrare i denti. E combattere. Nuovi sacerdoti di una cultura della modernità.




È una strada impervia: non c’è tram che possa condurci a questa meta. Solo uno scatto di ambizione e di orgoglio può servire.

Perché Palermo non deve poter cambiare? Perché Palermo non può crescere? E, fatti salvi il sole e il mare, non possa concedere ai suoi cittadini la stessa qualità di vita di Torino e Trieste?

Chiedo troppo? Si, ma è per non dovermi accontentare del nulla.

 

In copertina e nel testo due fotogrammi del film “Il Gattopardo” (1963) di Luchino Visconti.