La formula per le qualificazioni ha portato a una fase finale con ben 48 partecipanti, molte di minore livello tecnico. Ben 104 partite previste con stress ai limiti delle capacità fisiche. Distanze enormi e proibitivi sbalzi di altitudine e temperature
di Gabriele Bonafede
Ci siamo: i Mondiali 2026 sono alle porte senza l’Italia, cioè senza una delle nazionali più premiate del torneo con ben quattro coppe (1934, 1938, 1982, 2006) sia pure ormai sbiadite, e due medaglie d’argento (1970 e 1994). Ma mancheranno anche diverse selezioni nazionali tradizionalmente forti come Danimarca (vincitrice di una coppa europea nel 1992), Polonia, Grecia (una coppa europea nel 2004), Romania, Ungheria, Serbia, Bulgaria e Slovenia, solo per citarne alcune.
Di fronte alla presenza di una serie di matricole totalmente prive di pedigree calcistico si rimane perplessi. La nuova formula è stata giustamente criticata, non tanto per l’ampiezza che assicura maggiore colore e partecipazione multiculturale, ma perché la presenza delle sudamericane è stata ampliata a quasi tutte (il 60% delle rappresentative) mentre quella europea è aumentata molto poco rispetto alla qualità intrinseca. Ci saranno così solo 16 nazionali europee, ovvero il 33% delle partecipanti, a fronte del 70% di posizionamento delle squadre europee nei primi quattro posti nelle passate edizioni.
Inoltre, i paesi ospiti sono tre: Canada, Stati Uniti e Messico. Ciò implica distanze enormi e climi profondamente diversi. Abbassando ulteriormente la probabile qualità del gioco.
Mondiali 2026. Molta quantità e colori a scapito della qualità
Anche se la presenza di Curaçao e Capo Verde costituisce un interesse in più, non è detto che la qualità sia assicurata. I colori sono tanti, molti inediti o quasi. Le matricole sono straordinariamente numerose: le suddette Curaçao e Capo Verde, Uzbekistan, Congo, Giordania, Bosnia Erzegovina e Iraq (sempre che non ne dimentichiamo qualcun’altra).
Tornano nazionali raramente apparse in fase finale come Panama, Iran, Haiti, Egitto, Nuova Zelanda, Arabia Saudita, Qatar… Insomma, un bailamme di squadre mai viste o quasi il cui livello tecnico è ancora tutto da dimostrare o quasi, ma che aggiungono colori, folclore e passione per “le piccole” e le possibili sorprese.
Il fatto è che la formula ha favorito soprattutto la possibilità di partecipare a federazioni tecnicamente meno avanzate come quelle asiatica, oceanica e centro-nordamericana. Anche la federazione africana ha ottenuto più posti, ma almeno le nazionali africane si sono fatte rispettare da alcuni decenni a questa parte sia come gioco e tecnica che come piazzamenti, ma mai arrivando in finale.
Per il resto, a vedere le partecipanti, anche altre nazionali europee raramente o mai in fase finale ma oggi di buona qualità come Kosovo, Irlanda, Estonia, Galles, Albania, Lituania, Lettonia o Irlanda del Nord probabilmente non avrebbero sfigurato. Anzi, avrebbero portato valori tecnici certamente più alti di quelli che vedremo in molte, forse troppe, partite.
Il problema dei fusi orari
Per quanto i terrapiattisti possano non essere d’accordo, i fusi orari esistono e costituiscono un problema per qualsiasi manifestazione sportiva a scala mondiale. Ma in questo caso i problemi sono maggiori.
Alla quantità abnorme di partite in un tempo ristretto va infatti aggiunto il problema degli orari effettivi tra un continente e l’altro. In Europa sarà notte fonda per quasi tutte le partite. Peggio ancora in Medio Oriente, Africa orientale e Asia Centrale.
La situazione peggiora di molto per questi Mondiali 2026, perché ci saranno fusi orari diversi anche internamente agli stessi luoghi della manifestazione, sebbene limitati a un massimo di quattro ore tra uno stadio e l’altro.
Ciò produrrà una confusione totale per chi voglia assistere anche al solo 10% degli incontri. Soprattutto per le prime due fasi, quella a gironi e i sedicesimi di finale, dove ci saranno ancora quelle note di colore e novità che potrebbero interessare ai più. Difficilmente le rappresentative più deboli, le matricole, le sorprese in qualificazione, riusciranno ad arrivare tra le prime otto, e anche tra le prime sedici (gli ottavi di finale).
Le maggiori sfide dei Mondiali 2026: distanze enormi e proibitivi sbalzi ambientali
Oltre all’assenza di numerose selezioni nazionali tradizionalmente forti, i Mondiali 2026 si annunciano con immensi problemi relativi alla tenuta fisica degli atleti. Gli stadi del Messico si trovano infatti ad altitudini comprese tra i 500 metri e gli oltre 2000 metri. Le nazionali che giocheranno a Città del Messico dovranno fare i conti con una minore quantità di ossigeno che riduce di molto le prestazioni atletiche.
Quelle che si qualificheranno a queste altitudini con temperature relativamente fresche e meno ossigeno, dovranno poi scendere in poche ore in stadi posizionati nelle pianure o sulle coste del Nordamerica, con temperature asfissianti e una quantità di ossigeno completamente diversa – per non parlare delle diverse condizioni ambientali riguardanti l’inquinamento locale.
In questa situazione le nazionali che non cambieranno altitudine saranno molto favorite rispetto a quelle che giocheranno uno o più incontri in Messico. Il che non solo falsa completamente l’andamento del torneo, ma può causare stress fisici con rischi non indifferenti in un calcio che è diventato molto più fisico e atletico di quanto non fosse nei mondiali giocati precedentemente nel solo Messico (1970 e 1986).
Se in Qatar il caldo estremo si è rivelato proibitivo e pericoloso, gli sbalzi tra fresco a oltre duemila metri di altezza e caldo umido estremo in pianura e sulla costa fanno semplicemente rabbrividire.
Inoltre, per la salute degli atleti e la qualità del gioco, c’è il problema delle enormi distanze. Lo stadio più meridionale è posizionato a Città del Messico (foto in copertina) che dista oltre tremila chilometri (da 4 a 5 ore di viaggio in aereo) da quelli più settentrionali situati in Canada…
Che vinca il migliore, nonostante tutto.
In copertina, Stadio Azteca a Città del Messico. Di Jymlii Manzo from Atlanta GA, USA – Estadio Azteca III – Guilermo Cañedo, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3207350
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