di Maria Teresa de Sanctis
In un oggi sempre più convulso, frenetico e ricolmo di spettacolarità e sensazionalismo, quasi mai opportuni, vedere un film che rifugge da tutto questo e racconta con essenzialità di un dolore e di come l’arte riesca tale dolore a sublimare, diventa senz’altro cosa degna di nota.
Stiamo parlando del bellissimo “Hamnet – nel nome del figlio”, della regista cinese Chloé Zhao, una produzione USA del 2025, che ha già ottenuto svariate candidature a importanti premi, fra i quali 8 per gli Oscar e 11 per i BAFTA. Ha già vinto diversi premi: Critics Choice Award, 2 Golden Globes, AFI Awards.
Le immagini raccontano più dei dialoghi
Un film dove le immagini raccontano più dei dialoghi stessi, peraltro ridotti anch’essi all’essenziale. E essenzialità potrebbe definirsi l’elemento guida di questo lavoro, nel quale semplicità e bellezza nelle scene, nei costumi e nelle musiche, presenti opportunamente solo quando occorre, contribuiscono ad esprimere con ancor maggiore intensità i sentimenti qui raccontati.
Il film, trasposizione del romanzo omonimo di Maggie O’Farrell, il cui titolo originale è “Hamnet” (e al solito non si comprende quale sia il criterio col quale si intitolano i film da noi), narra della morte del figlio di Shakespeare dal punto di vista della moglie Agnes, fonte di dolore e ispirazione per la nascita di “Amleto”. Il cast comprende splendidi attori: Jessie Buckley, che interpreta la moglie del bardo Agnes, Paul Mescal, Emily Watson e Joe Alwyn fra gi altri, qui il sito ufficiale in lingua inglese.
Hamnet, film sulla maternità
Aspetto fondante della narrazione è la maternità, non solo espressa dalla notevole madre Agnes, ma anche da una madre natura che accoglie la protagonista nello splendore di un bosco nel quale lei spesso si reca.
Bellissima la scena nella quale Agnes è accoccolata fra le radici ai piedi di un albero, quasi un ventre materno, luogo nel quale trova rifugio e conforto, grata ad una natura che sembra offrirle quell’affetto toltole troppo presto per la prematura morte della madre.
E qui partorirà, da sola, la sua prima figlia. E che dire dell’arte che riesce a trasformare il dolore in bellezza, rendendolo più sopportabile forse, ma anche dando prova dell’esistenza di un altrove nel quale ogni cosa pura ha senso eterno, come il dolore e l’amore.
Ancora due parole sulla regista Chloé Zhao, la quale entra nell’animo dei personaggi, offrendo allo spettatore uno sguardo introspettivo di rara intensità. Piccola ulteriore notazione: è lei la regista dell’ottimo “Nomadland”, film del 2020, opera di rara intensità emotiva e formale, con una splendida Frances McDormand. Concludendo, “Hamnet” è un film da non perdere.
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