di Gabriele Bonafede
Nel vedere “Gioia mia” si ha come la sensazione di gustare un pane casareccio caldo caldo, condito con un sopraffino olio di Nocellara del Belìce: un film genuino, sano, salutare. E pian-piano questo pane si rafforza con l’acciuga salata e il pomodoro, con l’origano e la tuma. Diventa così un “pane cunzatu”, alla trapanese: una delizia nella sua semplicità che promana odori forti e profondi dalle radici vere e uniche: il neorealismo.
Una gioia che riporta il sapore del cinema italiano a quelle sue origini di successo nell’era contemporanea, il nostro neorealismo troppo spesso dimenticato. Attenzione, un neorealismo portato al presente di questo secondo decennio del XXI secolo. Con tutto ciò che serve a condirne la forma e i dettagli.
Un’opera prima che parte dal neorealismo
Si vede che è un’opera prima, ma ciò aggiunge ulteriore genuinità. La regista, Margherita Spampinato, prima di Gioia mia aveva infatti realizzato solo cortometraggi. Qui si affida a una delle più grandi attrici italiane viventi, Aurora Quattrocchi, per riprendere finalmente quel filo mai spezzato ma lasciato per troppo tempo andare. Quel filo, quel testimone, che ci avevano tessuto e tramandato i grandi del cinema italiano del dopoguerra: da Visconti a Rossellini, da Antonioni a Lattuada e tanti altri. Di più, troviamo quel garbo e quella ricerca unica dei Truffaut e De Sica nel descrivere intimamente l’esperienza dell’infanzia e della prima adolescenza e del rapporto con il mondo degli adulti. Adulti che, in Gioia mia, sono esclusivamente di due generazioni precedenti, e non a caso: i nonni, e specificamente le nonne.
La protagonista principale è infatti Gela, nonna di un bambino, o più precisamente la prozia. E gli altri adulti sono tutte nonne di un gruppo di bambini. Lui, Nico, il protagonista bambino, sbarca da questa nonna-prozia in Sicilia per passare le vacanze estive in un mondo che inizialmente gli sembra come il medioevo: niente telefonini, niente wi-fi, aria condizionata o altra tecnologia odierna. I bambini che incontra sono quelli del condominio dove abita Gela, nel centro storico di Trapani. La spiaggia è lì, a due passi, contornata dal bastione e sempre affollata. I giochi sono quelli di una volta. Ma il vero gioco è crescere, e portare a compimento una nuova esperienza: un nuovo passo nelle tappe della vita.
Magistrale Aurora Qattrocchi nel ruolo di protagonista
Tra i bambini del palazzo, Nico incontrerà Rosa, sua coetanea non meno coriacea della prozia. E non saranno facilmente amici… Eccellenti i due giovanissimi attori, Marco Fiore e Martina Ziami, che dimostrano di essere perfettamente a loro agio di fronte alla macchina da presa. Eccellenti e divertenti le attrici non protagoniste Concetta Ingrassia (nonna Manuela) e Renata Sajeva (nonna Lia), così come tutto il cast che comprende Camille Dugay Comencini nel ruolo della babysitter Violetta.
Magistrale la performance attoriale di Aurora Quattrocchi nell’impersonare nonna Gela. Non stupisce che abbia già ricevuto diversi premi in poche settimane. È lei che dirige la drammaturgia in maniera esemplare e il ruolo sembra quasi ritagliato proprio sull’attrice. Chi conosce Aurora Quattrocchi, Rori per gli amici, ne riscontra i modi di dire e di fare nel quotidiano, nel modo di comportarsi anche nella vita fuori dal set o dalla scena. E ciò aggiunge ulteriore sapore neorealista a un film che rappresenta la vita com’è, con tutte le sue cinematografiche vicissitudini. Ne esce una straordinaria epica dell’ordinario reale che fa di questo film un vero e proprio gioiello.
Gioia mia, note di regia
“Due mondi lontani, un bambino e una donna anziana costretti a passare l’estate insieme. Lo scontro tra velocità e lentezza, iperconnessione e assenza di tecnologia, fa nascere un legame profondo di cui entrambi non sapevano di avere bisogno.”
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Immagine di copertina tratta dal trailer ufficiale.
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“Gioia mia” un film italiano che finalmente riscopre il neorealismo