di Umberto Boccia
Passata la tempesta abbattutasi sulle nostre vetrine e nelle nostre strade in relazione alla fallimentare operazione umanitaria della “Flottilla” e firmati gli accordi di Sharm che regalano al mondo una apparente e speriamo duratura pace in Israele e Palestina, sembra magicamente tornato sulla bocca di tutti il tema dell’aggressione all’Ucraina.
Dico sembra, perché in realtà i bombardamenti sconsiderati dei criminali russi sulla popolazione civile delle città e i continui assalti ai vari villaggi del fronte su terra non sono mai terminati. Anzi, il tritacarne russo ha maggiormente intensificato le operazioni con il mero risultato di numerose perdite tra i suoi pseudo soldati mandati all’attacco sconsiderato nella terra dei vicini di casa.
Budapest, Orban e Trump
Questo è il punto sul campo. Ma dietro alle scrivanie, nelle sale ovali, centri congressi, al telefono e di conseguenza nel mainstream recentemente è stata diffusa come un virus la parola Budapest.
Budapest, in Ungheria la capitale.
Budapest, in Ungheria la capitale dello Stato presieduto da Victor Orban.
La capitale di un paese al centro dell’Unione Europea della quale fa parte, ma che tutto mette in discussione. Che tutto rinnega strizzando sempre l’occhio alla Russia. Quel governo di una Ungheria che si è auto esclusa dalla corte internazionale di giustizia dell’Aja.
Budapest. Sì, esattamente lì. Il “più amato” dei presidenti americani degli ultimi cento anni: pare abbia superato persino Nixon in impopolarità. Donald J. Trump voleva organizzare un meeting con Russia, Ucraina e USA proprio nella capitale dell’Ungheria. Il tutto per ratificare il suo immaginario premio Nobel per la pace.
Budapest e il Memorandum dimenticato
Ma cosa rappresenta la stessa parola Budapest nel contesto diplomatico tra Ucraina e Russia? Qui si entra nel campo di amnesie collettive che hanno dell’incredibile. È quindi doveroso fare un passo indietro prima di parlare dell’attualità.
Budapest non è solo quanto sopra ma è, anzi era, soprattutto la sede dove fu siglato il 5 dicembre 1994 e registrato il 2 ottobre 2014, tra Russia, Stati Uniti, Regno Unito e Ucraina, l’accordo noto come “Memorandum di Budapest”.
Con questo accordo l’Ucraina, aderendo al trattato di non proliferazione nucleare, col protocollo di Lisbona del 23 maggio 1992, ufficializzò la consegna delle armi nucleari presenti sul territorio dopo lo scioglimento dell’URSS.
Fino a quando non ha rinunciato alle armi nucleari di stanza sul suo territorio, l’Ucraina aveva la terza scorta di armi nucleari più grande del mondo. Ne aveva il controllo fisico ma nessun controllo operativo.
Il Memorandum di Budapest, nella sua premessa, recita che l’Ucraina aderisce al trattato Start (protocollo di Lisbona del 23 maggio 1992), quale stato non nucleare (“non nuclear weapon state”), si impegna a eliminare (“eliminate”) gli armamenti nucleari dal proprio territorio e, non potendo provvedere alla loro distruzione per mancanza di fondi, trasferisce detti armamenti alla Federazione Russa. Il provvedimento viene ufficializzato dal Consiglio Supremo e la Rada ucraina il 16 novembre 1994.
Cosa dice il Memorandum di Budapest
Il corpo del memorandum, articolato in 6 punti, prevede che la Russia, gli Stati Uniti e il Regno Unito concordano di:
- Rispettare l’indipendenza e la sovranità ucraina entro i suoi confini dell’epoca;
- Astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica dell’Ucraina, eccettuato il caso dell’autodifesa e comunque in accordo con la Carta dell’ONU;
- Astenersi dall’utilizzare pressioni economiche sull’Ucraina per influenzare la sua politica;
- Impegnarsi a richiedere un’azione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per portare assistenza all’Ucraina nel caso in cui la stessa fosse vittima o oggetto di minaccia di un atto di aggressione con l’utilizzo di armi nucleari;
- Astenersi dall’usare armi nucleari contro l’Ucraina, eccettuato il caso in cui sia l’Ucraina stessa, in collaborazione o alleanza con uno Stato dotato di armi nucleari, ad attaccare uno degli altri Stati firmatari, i suoi territori o quelli da esso dipendenti, le sue forze armate o i suoi alleati;
- Inoltre, Ucraina, Russia, Stati Uniti e Regno Unito si impegnano a consultare le altre parti interessate ove insorgessero situazioni che potrebbero sollevare un problema in relazione a tali impegni.
Un accordo evidentemente stracciato e calpestato dalla Russia e anche da Trump
A questo punto il mio intervento potrebbe già fermarsi. Perché è evidente che dal 2014, passando attraverso il 2022 e sino ad oggi, ogni singola parola, accordo, patto o chiamiamolo in qualsiasi modo, è stato stracciato, calpestato, schiacciato, offeso. Ed è stato dimenticato dalla Russia e con grande e abile opera di propaganda anche dall’immaginario e memoria collettiva dei popoli, perlomeno da quello italiano che per la maggioranza non sa nemmeno di questo trattato.
Nella tv italiano diversi commentatori di dubbia morale e credibilità si strappano le vesti perché “Zelensky vuole un pezzo di terra”, o perché “Zelensky chiede aiuto a destra e a manca” per difendere il suo popolo. Oppure si ha paura di un “attacco nucleare russo”. Addirittura nell’incontro di questa primavera alla Casa Bianca sono stati gli stessi USA ad esercitare pressioni economiche sull’Ucraina per le “terre rare”. Che è come se io avessi i ladri in casa, chiamassi la Polizia ad aiutarmi e mi venisse risposto “Si ti aiuto ma devi darmi tutta la gioielleria di casa, la TV e il tuo sofà”.
Ed allora parliamo di Budapest oggi…Trump invita tutti, poi Zelensky è fuori dalla contesa. Poi ancora Orban è felice di ospitare l’amico Putin. Infine la Russia dice che non andrà a Budapest perché teme e si sente minacciata, cosa non si sa esattamente. E quindi ad oggi l’incontro non si farà ed ancora continuano i bombardamenti e i civili muoiono, in Ucraina, non in Russia. La gente civile muore in Ucraina. È bene sottolinearlo perché nell’immaginario distorto collettivo pare ci sia un ring virtuale dove due pugili si scontrano ad armi pari.
E intanto i civili ucraini rimangono sotto le bombe
Alla fine non c’è stato un viaggio a Budapest. Ma è stato proprio il lacchè di Putin, il buon Victor Orban ad andare alla Casa Bianca: ben vestito per carità e carico di litrate di saliva per “leccare” il Tycoon ed ottenere agevolazioni, riduzioni di sanzioni al fine di? Ottenere la pace? Ma no! Al fine di aiutare lo pseudo zar di tutti i bunker mondiali a perpetrare il suo sogno di conquista di un Paese libero. E che non sconfiggerà. Mai.
Il ring vero non è a Budapest: è in Ucraina. C’è un pugile dieci volte più grande che picchia l’altro con l’aiuto dell’arbitro che lo tiene. E intanto il pubblico riceve le bombe.
Sinceramente non se vede una via d’uscita al momento. L’unica speranza è che le sanzioni che hanno già inginocchiato l’economia russa tenuta in piedi dalla macchina bellica del dittatore del Cremlino lo portino presto a mostrare il collo e ricevere il colpo di grazia che li faccia implodere economicamente. Così forse finalmente anche i 143 milioni di russi che hanno timore di essere arrestati si ribelleranno una volta e per tutte fermando questo massacro.
Il popolo russo segue il suo capo criminale da decenni
Domanda irriverente a margine di questa ultima affermazione. Ma se davvero il popolo russo, circa 143 milioni (dato pre-invasione) teme la galera in caso di rivolta, quanti sono i poliziotti in Russia in grado di arrestare questa immensa massa? No perché appare evidente che se dopo trent’anni si fossero ribellati, “già da mo’ avremmo dimenticato Putin e tutti i suoi sgherri. Forse a loro va bene così? A voi la risposta.
Ma soprattutto, se la Russia avesse rispettato il Memorandum di Budapest, oggi saremmo qui a parlare e leggere di Trump, Orban e Budapest?
In copertina, Budapest. Foto di Gabriel Miklós su Unsplash
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