di Umberto Boccia
La stagione di Serie A 2025-26 appena, cominciata con i primi due turni di campionato messi già in archivio, si presenta con una nuova variabile nel suo panorama: gli acquisti di vecchie glorie. Spacciati come pezzi da novanta in grado di dare esperienza, sono arrivati o ritornati nel Belpaese. Vediamo questa carrellata partendo dal più giovane:
- De Bruyne di anni 34 (ex Manchester City)
- Immobile di anni 35 (Besiktas)
- Matic di anni 37 (ex Lione)
- Vardy di anni 38 (ex Leicester City)
- Modric di anni 39 (ex Real Madrid)
- Dzeko di anni 39 (ex Fenerbahce)
- Albiol di anni 39 (ex Villareal)
Colpacci a costo zero ma con ingaggi abbastanza importanti. Elementi di indubbio valore e di gloriosa carriera, vanno ad insediarsi (salute permettendo, vedasi Immobile già infortunato) nelle rose delle squadre italiane prendendosi il posto da titolare. E nel tempo libero potranno godere della nostra buona cucina nonché delle attrazioni che appunto l’Italia offre a un fine-carriera di buon livello prima di raschiare il barile magari in Arabia Saudita o negli Stati Uniti.
Una serie A farcita di vecchie glorie a costo “zero” e tante domande
Le domande sono tante. Veramente faranno la differenza? Anche nell’ipotesi di una “seconda giovinezza”, quanto dureranno? Non si potrebbe dare più spazio a qualche giovane italiano?
Eh sì, perché se a questo fenomeno di importazione da futuro a dir poco limitato, sommiamo il fatto che è stata acquisita una serie infinita di giocatori esteri dei quali non si conosce né qualità, curriculum e palmares ma invero vengono proclamati come “colpi di mercato. E il pensiero va subito al passato, al presente e con dubbi al futuro.
Ripensando al passato, sorvolando sui fenomeni del come gli olandesi del Milan, i tedeschi dell’Inter e i Maradona e Careca al Napoli, vengono in mente Stromberg, Elkjiaer, Laudrup, Dezotti, Zico, Rui Barros, Diaz, Cerezo, Prosinečki, Zidane … Difficile elencarli tutti, E tutta gente che era capitano o perno della propria nazionale. Senza nominare “comprimari” ma in realtà grandi campioni come Batistuta, Emerson, Dunga, Aldair, Savicevic, Trezequet, Thuram.
Per renderla più semplice ai giovani lettori, immaginate qualsiasi giocatore forte di PSG, Real, Barcellona o resto del mondo… Ecco, giocava in Italia.
Giovani campioni altrove, mentre in club italiani rimangono a zero tituli o quasi
E se invece guardiamo il presente, abbiamo una nazionale spagnola con la media di 22-23 anni tutti titolari nel Barcellona dove ci sono altri giovani già in rampa di lancio e lo stesso esempio lo stanno seguendo altri prestigiosi club. E allora cosa ci rimane per il futuro? Le briciole.
Perché dire che abbiamo fatto bene negli ultimi anni in Europa è un eufemismo. A parte il miracolo sportivo dell’Atalanta vincente in Europa League, non si può considerare il terzo torneo (la Conference) delle pay tv vinto dalla Roma. Coppa inventata per dare ancora più servizio televisivo a pagamento.
L’ultima Champions è stata vinta nel 2010 dall’Inter e prima dal Milan 2007, poi il vuoto nero. Non conta arrivare ai quarti, alla semifinale o alla finale. Bisogna vincerle le coppe per riempire le bacheche. Invece si va in coppa oramai per mettere a posto il bilancio, stop.
Non stupisce che la Nazionale sia in difficoltà da tempo
E con questa proliferazione di vecchie glorie e stranieri di dubbia qualità, poi pretendiamo di volere andare ai mondiali di calcio? Quando il CT di turno deve schiarare due o tre buoni assieme a delle riserve. Ma dove vogliamo andare con questo sistema? Ma perché poi crocifiggere il CT di turno? Non ha senso. Anzi, Gattuso ha dimostrato di fare bene con quello che ha, magari rischiando un poco.
Già, se ci qualificassimo, arriveremmo alla massima competizione dopo 12 anni senza speranza di vincerla. Ma se invece dovessimo fallire l’obiettivo il prossimo appuntamento utile sarebbe fra altri 5 anni ancora, ovvero nel 2030. Beh, potremmo sempre dire “non perdiamo dal” o “siamo imbattuti dal 2014”, ma sarebbe come dire: “abbiamo avuto l’Inter in finale in Champions”. Una finale tragicomica, purtroppo.
Si parla sempre di cambiamento, rivoluzione e di cambio di passo, ma alla fine il calcio è lo specchio della società italiana: tutti si lamentano ma nessuno muove un dito.
Allora continuiamo inesorabilmente a guardare questo ridotto spettacolo. E buona serie A di vecchie glorie e tanti punti interrogativi a tutti.
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