Alba di un partito liberaldemocratico

di Vincenzo Pino

Leggere i sondaggi, la fase politica e la storia… è questo il senso che si deve dare agli ultimi movimenti nelle opinioni sulle vicende del Pd, Renzi, e il quadro nazionale. Emerge, inaspettato, nei sondaggi di Emg e di Winpoll di queste settimane un nuovo Partito liberaldemocratico. È questo il significato dei consensi che vengono attribuiti ad un ipotetico “nuovo partito di Renzi” che per quanto è dato sapere fino ad oggi non è detto che nasca.

Sondaggio Winpoll

Questa formazione sarebbe gradita dall’elettorato in percentuale dal 9,2  al 12% secondo le diverse rilevazioni ed attirerebbe dal 43 al 47% dei voti attualmente al Pd.

Forse in questa fase convulsa della vita politica ci siamo scordati che esiste un centro moderato nel paese, che c’è sempre stato e che determina in larga parte il successo degli schieramenti nelle consultazioni, sia in regime maggioritario, sia proporzionale.




Non è passato molto tempo dal 2013, quando plasticamente questa rappresentazione era evidente e significativa . In quella occasione, infatti, si era affermato un consistente partito moderato (quello di Monti e Casini) che aveva ottenuto il 10,5% dei voti.

Ma qual è stato il percorso successivo di questo schieramento? Già nel giro di un anno alle Europee del 2014, questo schieramento si era dimezzato, dividendosi tra il 4,4% di Ncd e CdU  e lo 0,7% di Scelta civica.

Appare evidente da questo punto di vista che l’aggregato “montiancasiniano” del 2013 si è divaricato in una componente cattolica (sostanzialmente  ex Dc) in cui confluirono Casini ed Alfano e una parte laica che optò per il  consenso a Renzi, del quale già appoggiava  il governo.

Sondaggio EMG

Insomma in quella fase vi fu un grande spostamento di voti moderati verso il centrosinistra che arricchivano l’attrattività verso quell’area già allargatasi con l’appoggio di Casini ed Alfano al governo Renzi.

Al contrario, fu Berlusconi a pagare il prezzo della rottura col centro moderato perdendo nel solo giro di un’anno quasi 10 punti percentuali passando dal 25 del 2013 al 16 del 2014. Mentre invece il Pd ne guadagnò più di 15.

Il consolidamento dell’esperienza di governi a guida Pd da parte delle forze moderate li ha portati così ad essere parte integrante e strutturale  di quel partito per la confluenza diretta di buona parte del gruppo dirigente ex montiano e per l’alleanza consolidata con pezzi del centro cattolico di ex casiniani ed alfaniani.




Fare a meno di questa componente e di questa alleanza a favore di una ricollocazione a sinistra del Pd, come prefigurato da Zingaretti, sarebbe, a mio avviso, un disastro elettorale. Verificabile peraltro dal confronto tra  i dati delle elezioni politiche nazionali e quelle regionali del Lazio dove, appunto, Zingaretti ha sperimentato questo modello.

Mentre, infatti, a livello nazionale la perdita è stata del 6,8% (sia per la coalizione che per il Pd), nelle regionali del Lazio, dove scientemente si è esclusa la presenza del centro moderato al sostegno del candidato di sinistra, la perdita è stata dell’8,7.

Gentiloni e Renzi

Se si considera che nel Lazio non vi è stata scissione e che LeU ha avuto il 3,5%, la perdita politica dell’area moderata è calcolabile complessivamente attorno al 12,2%.

So che non è del tutto corretto (anche se Zingaretti lo fa dando un significato politico alla sua elezione) raffrontare dati di diversa natura, ma è chiaro che l’ipotesi politica sulla quale aveva basato la sua candidatura  è risultata rovinosa.

Esiste, quindi, nel Paese, un’area moderata non rappresentata politicamente che è rifluita in parte nell’astensione in queste elezioni ma in parte ha votato Pd. In quanto le perdite del Pd sono appunto ascrivibili, secondo l’istituto Cattaneo, essenzialmente all’astensione ed in parte al Movimento cinque stelle , mentre la perdita a favore di LeU, oscillerebbe tra lo 0,7 e l’1%.




Insomma la sinistra conferma la sua non attrattività verso l’elettorato, che è ormai un dato strutturale dal 2008. La sinistra può al massimo aspirare, se e quando riesce a mettere insieme tutte le galassie identitarie e contraddittorie di quell’universo, al massimo al 4% in un cartello elettorale che si sfarina regolarmente dopo il voto.

Detto questo, sintetizziamo il possibile scenario che emergerebbe da una dislocazione di sinistra del Pd arricchita dalla vecchia componente della Margherita.

Silvio Berlusconi ai tempi della Presidenza del Consiglio

Come rilevato dai sondaggi citati, il Pd si spaccherebbe quasi a metà e sarebbe anche attrattivo nei confronti di parti dell’elettorato ex Forza Italia oltre che verso quote di astensione ascrivibili al trattamento ingeneroso riservato a Renzi. Questa era ed è l’operazione dei comitati civici renziani: il tentativo di recuperare in un area prossimale al Pd questa rappresentanza andata dissolvendosi dal 2014 in poi ed ancora più conquistabile ora con la crisi del berlusconismo.

Perché poi, paradossalmente, dai sondaggi emergerebbe che una scissione allargherebbe lo spettro di rappresentazione del centrosinistra perchè probabilmente rimetterebbe in gioco quei moderati che hanno votato in massa il Pd alle Europee e che si sono allontanati per la messa in discussione permanente di Renzi da parte della sinistra che ne ha preteso le dimissioni da Presidente del Consiglio.

Se non si dà rappresentazione a questo orientamento, che con questo governo si è ulteriormente ampliato e si offre la ricetta di un partito di sinistra assieme all’ala governista ex Margherita, questo spazio rimarrà fuori dall’area Pd. E saranno i radicali o chissà chi altri ad occuparlo, ovvero una nuova formazione di centrosinistra.




Il Pd è cambiato profondamente in questi anni ed è diventato per buona parte un vero partito di centrosinistra, non rappresentativo solo della confluenza dei soci fondatori ex Ds e Margherita. E tutto questo specie nella legislatura che si è chiusa.

Chi volesse rinchiuderla in quel recinto con qualche mano di vernice agli steccati sappia che potrebbe aspirare ad un consenso attorno al 10% e seguirebbe la stessa parabola di Berlusconi.

Il problema del Pd non è Renzi. Renzi è invece il valore aggiunto. Le elezioni del Lazio e la scissione dovrebbero insegnare a tutti qual è la via per rafforzare il Pd. Ma forse si preferisce l’ideologia novecentesca alla non compresa realtà degli anni 2000.

 

In copertina, alba a Palermo. Foto di Gianni Parisi, ex deputato Pci-Pds all’Assemblea Regionale Siciliana.

 


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