Il cinque paggio

di Gabriele Bonafede

Poesia, sulla falsa riga di una ancor più nota.

 

Ei tu, siccome mobile
dato il fatal raggiro
seppe la folla immemore
orba di tanto ammiro
così percossa, attonita
l’Italia al nunzio ancora sta,
loquace pensando all’ultima
pletora dello scranno fatale
né sa quando una simile
macchietta di piè immortale
la televisiva polvere
a calpestar verrà.

Napo, ci hanno massacrato la poesia...

Napo, ci hanno massacrato la poesia…

Lui folgorante in predellino
vide il mio babbìo e tacque
quando con vece assidua
cadde risorse e piacque
di mille voci allo sproloquio
mista la sua si sa,
ex-vergin di servo encomio
e di codardo omaggio
sorge or commosso al sùbito
sperar di tanto ostaggio;
e scioglie all’urna un cantico
che forse rieleggerà.
Dall’Alpi alle Piramidi
dalla Moscova al Reno
di quel securo fulmine
tenea dietro al dereteno
scoppiò da Scilla all’Alcantar
dall’uno all’altro mar.
Fu vera gloria? Ai posteri
l’ardua sentenza: nui
chinam il voto all’ Unto
Fattor, che volle in lui
del creator suo punto
più vasta orda felicitar.
La porcellosa e trepida
gioia di un gran disegno,
l’ansia d’un cor che indocile
serve, pensando al pegno;
e il giunge e tiene in premio
ch’era folla sperar
tutto ei provò; la gloria
maggior dopo il periglio,
la fuga e la vittoria
la reggia e il tristo abbaglio
più volte nella polvere
più volte sull’altar.
Ei si nomò, due secoli,
l’uno contro l’altro normato
sommessi a lui si volsero
come aspettando il dato
ei non fè silenzio, ed arbitro
s’assise in mezzo a lor.
E sparve, e i dì nell’ozio
chiuse in sì breve villa
segno dell’immensa invidia
e di tornar turilla
d’inestiguibil odio
e d’indomato amor.

...merde!

…merde!

Come sul capo al naufrago
la decadenza s’avvolve e pesa
la decadenza di cui del misero,
alla pur dianzi e tesa,
scorrea la tv a scernere
Prodi remote invan,
tal su quell’emiciclo il cumulo
delle memorie scese.
Oh quante volte ai posteri
narrar agli altri imprese,
e sull’effimere pagine
cadde la stanca man!
Oh quante volte, allo scranno
decader d’un giorno inerte
chinati i rei fulminei
le tv a se conserte,
stette, e fedeli di che furono
l’assalse il sovvenir!
E ripensò le mobili
emissioni, e i percossi tubi
e il lampo dé monopoli
e l’onda dei più furbi
e il concitato imperio
e il celere ubbidir.
Ahi! Forse a tanto strazio
cadde il giudicato anello
e disperò, ma valida
venne una man dall’appello
e in più spiabili aere
pietosa il trasportò;
e l’avviò, per i floridi
sentier di speranza,
ai campi fermi, al premio
che i desideri avanza,
dov’è silenzio e Ruby
la gloria che passò.
Bello immortal! Benefico
Fede ai trionfi avvezzo!
Annuncia ancor questo, allegrati;
che più superba “altezza”
al disonor della decadenza
giammai non si chinò.
Tu dalle stanche emissioni
sperdi ogni ria parola
la TV che afferra e suscita,
che stordisce e consola
sulla solerte elettrice
accanto a lui votò.

 

 

 


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