In caso di elezioni. Ma anche no

di Vincenzo Pino

Salvini cerca l’occasione per votare a settembre e magari gli farebbe comodo l’avvio rapido della procedura d’infrazione per potersi lanciare in una campagna elettorale intrisa di motivi antieuropei.

Contro quelli che, secondo lui, non permetterebbero “quello shock fiscale di cui l’Italia avrebbe bisogno per rilanciare al propria economia”.

Lui da una parte e tutti gli altri 27 paesi della Ue dall’altra. Bella prospettiva per l’Italia.

E per realizzare questa prospettiva di crescita va negli Stati Uniti per abbeverarsi direttamente al verbo di Trump, l’uomo che ha tarpato le possibilità di ripresa produttiva in Italia, in Europa e nel mondo mediante l’imposizione di dazi doganali.

Meno male che ad alleviare le difficoltà  di questa fase economica in Europa ed in Italia ha risposto  Draghi con l’abbassamento del tasso di interesse della Bce e la riconferma del quantitative easing, ossigeno puro per l’Italia. Un attentato agli Stati Uniti per Trump.

E Salvini si è ritrovato nella scomoda posizione di chi si trova costretto ad affermare “prima gli americani”. Con Trump e non con Draghi, appunto.



Il francescano pentito

La prospettiva delle elezioni fa tremare le gambe a Di Maio, che cerca di compensare questo stress con vacanze in Costa Smeralda con maglietta Lacoste che non riesce a nascondere, a differenza della giacca, il panzone che gli è nel frattempo cresciuto.

Chi lo doveva dire? L’ecologista d’antan, l’anticasta, il già morigerato francescano, ora in Costa Smeralda come un qualsiasi Briatore, con trippa al seguito, che adesso si fa fotografare dal periodico “Chi”.

Giggino Chi

Capirete, anche da questo, come la prospettiva di tornarsene a casa fa inorridire Giggino.

Ci si mette Di Battista a ricordarglielo dalla Gruber promettendo magari una modifica dello statuto che ne permetta la ricandidatura.

Cosa che farebbe arrabbiare non poco quelli dei territori in lista d’attesa per un “posto stabile e decennale” in Parlamento.

Per cui mai elezioni anticipate, per lui, e da perfetto doroteo, dice sì a tutte le proposte salviniane per prendere qualche settimana di tempo che  allontani la prospettiva la prospettiva settembrina, poi si vedrà.




Nel frattempo Conte va a Bruxelles dove non lo fila nessuno e per poter parlare con qualcuno ormai convoca i giornalisti.

E lì racconta che rispetterà le regole europee (anche se ingiuste) e senza il cappello in mano (vorrei vedere con questo caldo se se l’è portato). E come se poi a Bruxelles ci fossero i finanziatori del debito pubblico italiano ma in economia, si sa, Conte è scarso assai.

Insomma il M5S si è sfarinato almeno in tre tronconi (di Fico nessuna notizia) che sembrano non comunicare tra loro e nel caso di elezioni anticipate sarà un bel vedere loro che attaccano Salvini per l’antieuropeismo preconcetto mentre stanno nello stesso gruppo di Farage. Attaccare la casta, mentre hanno tentato la deroga dal principio sacro dei due mandati.

Insomma ad andargli bene oscillerebbero tra il 10/15% e “fine dell’avventura”.



Zingaretti, datti una mossa giusta. Almeno in caso di elezioni

Per cui chi nel Pd avesse perciò la prospettiva di una possibile alleanza coi Cinque Stelle per la prossima legislatura non gli resterebbe che conquistare il 35% almeno ed il 40% per il centro sinistra.

Nicola Zingaretti a Rep-Idee Bologna 2019

Una vocazione maggioritaria imposta dai numeri, per cui attardarsi ora a richiamare il possibile accordo coi Cinque Stelle è un azzardo da intemerati.

Il M5S al momento non si sa cos’è, né cosa potrebbe diventare, nè se imploderà nel giro di qualche mese.

Si attrezzi il Pd a costruire nel più breve tempo possibile una piattaforma programmatica ed una serie di proposte che parlino di infrastrutture, di lavoro, di Mezzogiorno, di tassazione mirata alla crescita produttiva e dell’occupazione, di innovazione tecnologica, di formazione.

Che parli a tutti, dice Zingaretti, per recuperare centralità e vocazione maggioritaria. Ma che parli chiaro, aggiungo io.



Quelli che no, nel Pd

E non ci si perda in un politichese da strapazzo alla Furfaro che dalla segreteria “rinnovata”  del Pd contesta con gli stessi argomenti di Toninelli, il potenziamento dell’aeroporto di Firenze. Questi sono incidenti di percorso terribili per il popolo Pd.

Ma si sa che in certa sinistra la vocazione oppositoria interna è lo stimolo primigenio che li ispira quasi li eccita per cui, via, all’assalto del Comune di Firenze e della regione Toscana l’unica in cui il Pd supera la Lega.

Fatto che a Furfaro da Pistoia sembra non stare per niente bene, visto che nella sua città in testa c’è la Lega con cinque punti avanti.

Zingaretti batti un colpo, si è incazzato anche Enrico Rossi, quello di Bandiera Rossa, contro di lui.

 

 

Sui temi trattati vedi anche:

Flop Di Battista dalla Gruber. M5S al 10%

La scommessa di Zingaretti. Ritorno alla vocazione maggioritaria