Elezioni amministrative in Sicilia. Cosa è realmente successo

L’analisi del voto nei maggiori centri siciliani: Caltanissetta, Gela e Bagheria

 

di Vincenzo Pino

Una corretta lettura delle elezioni comunali dovrebbe partire dall’oggetto della consultazione. In primo luogo, dal valore del candidato sindaco proposto e, in secondo luogo, dal giudizio dell’amministrazione uscente. Lasciando uno spazio importante ma non decisivo rispetto al valore politico generale della consultazione.

Chiesa di Sant’Agata al Collegio a Caltanissetta, particolare

Esaminando sotto i tre profili, ma dando maggiore risalto ai primi due, partiamo dal dato dell’unico capoluogo di provincia dove si è votato il 28 aprile del 2019, Caltanissetta.

Qui l’amministrazione uscente era di centrosinistra con il sindaco Ruvolo che aveva annunciato di non volersi ricandidare nonostante i pareri positivi sul suo operato. Nel giudizio sulle amministrazioni redatto annualmente dal Sole 24 Ore, ad esempio, era risultato il migliore tra i sindaci in Sicilia. E questo, in tutti i cinque anni di sindacatura ad eccezione del 2016 quando fu superato da Firetto di Agrigento. Non si è ricandidato nonostante avesse, a fine mandato, una percentuale di consenso assai alta: attorno al 55%.




La proposta di candidatura del centrosinistra è passata perciò a Salvatore Messana, già sindaco della città dal 1999 al 2009. Ma non si può dire, a ragion veduta, che abbia rappresentato un elemento di attrattività e di novità, visto il risultato che lo colloca al terzo posto con meno del 20% dei suffragi.

Qui andranno al ballottaggio il candidato sindaco di centro destra, riproposto rispetto al 2014, che conferma a grandi linee il precedente seguito elettorale, attorno al 37%. E qui si è presentata per la prima volta la Lega “in solitaria” in Sicilia ad un importante appuntamento amministrativo. Lega che è passata dal 7,2% delle politiche del 2018, all’11% di domenica 28 aprile. Un progresso non esaltante rispetto ad altre situazioni negli ultimi mesi.

Gela, zona industriale del Petrolchimico

Il risultato alla luce di questa composizione del primo turno appare scontato a favore del centrodestra. C’è invece da rilevare la caduta verticale della rappresentanza penta-stellata che passa dal 50% delle politiche (al Senato) di appena un anno fa, al 17,5% delle amministrative, oggi.  Questo è un dato politico di rilievo, viste le dimensioni a conferma di trend nazionali e generali.

A Gela, altro importante comune del comprensorio, l’amministrazione uscente era invece penta-stellata dal 2015. Un dato da sottolineare è, però, che il candidato sindaco eletto passò dal 25% del primo turno a quasi il 65% nel turno di ballottaggio, con una confluenza perciò di tutto lo schieramento anti Pd a sostegno.




È stata una giunta politicamente debole che non ha terminato il proprio mandato. Poteva contare solo su 4 consiglieri su 25, mentre il premio di maggioranza era andato al centro sinistra, prima coalizione, coi suoi 17 seggi su 30.

L’amministrazione penta-stellata a Gela è stata, inoltre, dilaniata da lotte interne senza quartiere. Lotte che portarono nel giro di sei mesi alla espulsione del sindaco con la solita “moralistica” motivazione di non essersi abbassato lo stipendio. I veri motivi erano la non accettazione da parte dei vertici penta-stellati e dei “meet-up” locali del protocollo di intesa Eni-Regione Siciliana per la bonifica dell’impianto ex Anic. Senza questo passaggio, il complesso industriale rischiava la chiusura.

Anche a Gela, in queste elezioni amministrative del 2019, i penta-stellati sono stati sconfitti sonoramente riducendo i consensi per il loro candidato sindaco dal 25% del 2015, (e dal 50% delle politiche del 2018) al solo 15% odierno. Per la vittoria al ballottaggio sembra accreditata l’inedita formazione Pd-Fi contro una lista, anch’essa bizzarra, che vede Lega-FdI e Udc. Quest’ultima ha ottenuto il 30%, ma con la Lega molto minoritaria e rappresentata dal solo 8%.




Quindi la narrazione di una Lega al ballottaggio sembra un po’ ardita, visto che ha riconfermato lo stesso dato delle politiche del 2018, ossia l’8%. Sopravanzata, per altro, da una lista civica al 12% e tallonata da FdI al 7,7%.

Concludiamo questa prima rassegna di considerazioni con il voto di Bagheria.

Villa Palagonia a Bagheria

Anche qui l’amministrazione uscente era penta-stellata ed aveva ottenuto quasi il 70% al turno di ballottaggio nel giugno 2014. Con un sindaco dal nome singolare: Patrizio Cinque per i Cinque Stelle.

Il passaggio tra i due turni elettorali aveva determinato per certi versi, lo stesso andamento di Gela visto che il Movimento Cinque Stelle aveva ottenuto solo il 25% al primo turno, sopravanzando di un punto soltanto la coalizione di centrosinistra. I grillini riuscirono a conquistare Bagheria cinque anni fa con una polarizzazione attrattiva molto forte al secondo turno (+45%).




Patrizio Cinque, qui ha potuto contare su una “maggioranza bulgara” in consiglio comunale, con 18 su 20 consiglieri. Ciò ha permesso loro di strafare su tutto il perimetro possibile della opacità ai limiti dello stucchevole. Dalle sanatorie ai familiari del sindaco, all’acquisizione dell’ecomostro (da parte di settori dell’amministrazione penta-stellata) che era da distruggere ma che si voleva recuperare per farne un resort di lusso, a tante altre vicende locali.

È proprio qui, a Bagheria, dove l’amministrazione eletta ha potuto completare la sua consiliatura, nonostante gli annunci di espulsioni da parte del capo politico Di Maio. È qui che la debacle penta-stellata è stata totale.




Infatti, a Bagheria il Movimento Cinque Stelle ha raccolto solo l’11,4% dal 25% del 2014 e dal 44% del 2018. Di contro, il centro sinistra, con l’apporto di forze dichiaratamente moderate e già vicine a FI, ha vinto al primo turno col 46%, lasciando la sinistra estrema al lumicino.

Dalla Sicilia con agrumi…

Le quattro principali considerazioni che si possono fare dopo questa prima carrellata su un voto (parziale e limitato) nei maggiori centri siciliani, sono le seguenti.

Uno. Il Movimento Cinque Stelle viene chiaramente sconfitto senza tema di smentita, perdendo dal 45 al 55% dei voti dove aveva governato, rispetto alle precedenti amministrative.

Due. Non rappresenterà più un polo di attrazione competitivo per i ballottaggi, come a Caltanissetta, visto che il Pd ha cominciato a sperimentare alleanze diverse (vedi Gela e Bagheria) e non riverserà sicuramente i propri voti su di loro.

Tre. La Lega si afferma ma senza quel successo pronosticato. La sua rappresentanza in Sicilia sembra veleggiare attorno al 10% più o meno come le forze di estrema destra in Spagna, Germania ed Europa più in generale.

Quattro. Il centrosinistra si colloca nelle elezioni di Caltanissetta (il test più significativo), diversi punti sopra rispetto al 4 marzo, passando dal 12,5% al 18% in quel capoluogo di provincia pur perdendo l’amministrazione.

Ma è solo un piccolo test. E per chi pensava che queste elezioni rappresentassero un laboratorio di stravolgimenti epocali è bell’e servito.

Prevale il buon senso e l’equilibrio nell’elettorato siciliano, a mio avviso, per adesso.




In copertina, il territorio nella zona industriale del Dittaino in Sicilia. Foto di Mario Caruso tratta da unsplash.

Nel testo, particolare nella chiesa di S. Agata al Collegio, Caltanissetta

Nel testo, foto del Petrolchimico di Gela, tratta da Wikipedia. Di Civa61 – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=17108652

Nel testo, Villa Palagonia a Bagheria, foto tratta da Wikipedia. By Jpbazard Jean-Pierre Bazard – Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=23178189