“L’ammazzatore” di Rosario Palazzolo. Quando il teatro sa diventare specchio dell’inconfessabile

Potente descrizione di un killer reclutato in un quartiere di Palermo apparentemente senza futuro, L’ammazzatore di Rosario Palazzolo ha debuttato al Biondo e sarà presto al Teatro della Contraddizione di Milano

di Gabriele Bonafede

Un gigantesco lenzuolo mortuario per chi è già a occhi chiusi prima ancora di morire. Di uccidere e morire, prima ancora di vivere. L’ammazzatore è un uomo morto, un dead man walking, già nell’esperienza precedente alla propria vita di killer senza sbocco.

Salvatore Nocera e Rosario Palazzolo in “L’ammazzatore”, regia di Giuseppe Cutino

Rosario Palazzolo è autore di testi che riescono ad esprimere, già nel solo leggere le pagine, lo sdoppiamento della personalità, le contraddizioni della psiche nelle condizioni estreme. Rilanciando, specchiata all’infinito, la folle debolezza umana.

Quando poi i suoi scritti arrivano sul palcoscenico il coinvolgimento diventa totale. Lo avevamo già visto in una delle sue pièce più trascinanti, “Letizia forever” interpretata da Salvatore Nocera, e ne troviamo ulteriore conferma in “L’ammazzatore”.

Qui, Palazzolo è attore insieme allo stesso Salvatore Nocera. Ambedue esaltati dalla chiara e convincente regia di Giuseppe Cutino. Due attori di grande forza comunicativa per uno stesso personaggio visto e sondato sotto tutti gli aspetti possibili e, soprattutto, insieme al pubblico.




Persino le armi e le lenzuola di morte sono infatti condivise sul palcoscenico come in platea, per lo meno nella versione rappresentata al Teatro Biondo di Palermo. Il piatto mondo di un qualsiasi “fallito” fa capolino quasi in punta di piedi nel corposo prologo alla scena, esaltando un crescendo dello spettacolo dai risvolti tanto imprevedibili quanto inevitabili.

Salvatore Nocera e Rosario Palazzolo in “L’ammazzatore”, regia di Giuseppe Cutino

L’Ammazzatore può essere chiunque, eppure è una precisa persona che ha diverse connotazioni quale carnefice e mandante. Diversi aggettivi, diversi modi di parlare, diverse “timidezze” e diverse certezze.

Ma tutte includono l’ossimoro di una ricerca di vita propria a scapito della vita altrui, comportando lo sprofondare nel vortice dell’impossibile via d’uscita da un tunnel. Quel tunnel che parte dalla frustrazione e raccoglie inevitabilmente una scia di ulteriori, violente, frustrazioni psichiche e materiali.

Paradossalmente innamorato della vita e alla ricerca di un futuro, il duale personaggio, dovrà prima o poi capire che chi diventa killer è morto. Come le proprie vittime è già morto nel momento in cui inizia il proprio ruolo di bestia. Da bestia a bestia non può che saltare da una disumanità all’altra e tuttavia cercare la propria umanità attraverso lo sdoppiamento della personalità.

Aleggiano, così, due convitati di pietra oggi quanto mai attuali: la mafia e quella “Paranza dei bambini” che pesca tra l’innocenza dell’infanzia e dell’ignoranza, sia essa adulta o meno. Che pesca nel torbido dell’impossibile illusione rappresentata da un riscatto sociale e familiare fatto di lacrime e sangue. Illusione infinita, e per questo morta in partenza. Delitto continuo, e per questo lucidamente ossessivo e ripetuto. Strabordante, L’Ammazzatore, e per questo incivile e invadente.




Lui e l’altro lui, l’ammazzatore e l’altro ammazzatore, dialogano così a bestialità avanzante accompagnando nella discesa agli inferi dell’inconfessabile. Nella costrizione imposta da se stessi e dal mandante. Un mandante collettivo, doppio e unico allo stesso tempo, privo di scena eppure sempre in scena. E non sulla scena del solo teatro, che è specchio della vita. Ma su ciò che noi, a Palermo e in Italia, sappiamo ma non vediamo se non nella colpevole degenerazione dell’immaginario personale.

Qui, con L’Ammazzatore, siamo inevitabilmente tutti morti, insieme, nell’accettare come inevitabile il brutale compito di dare e ricevere morte, sia essa sociale, materiale, vulgata, speranzosa, immaginata o temuta.




L’ammazzatore

di Rosario Palazzolo, regia Giuseppe Cutino, con Salvatore Nocera e Rosario Palazzolo, scena e costumi Daniela Cernigliaro, disegno luci Petra Trombini, aiuto regia Simona Sciarabba, produzione A.C.T.I. Teatro Indipendente, in collaborazione con M’Arte Movimenti d’Arte, Teatrino Controverso, T22, durata 60 minuti circa.

Dal 19 al 24 febbraio al Teatro Biondo di Palermo

Dal 28 febbraio al 3 marzo al Teatro della Contraddizione – Milano

Dal 9 al 10 marzo al Clan Off Teatro di Messina