“Chi vive giace”: al Teatro Biondo risplende il realismo magico siciliano

di Gabriele Bonafede

Roberto Alajmo lo ha scritto in una estate magica del 2018, a quaranta anni esatti da quel travaglio personale trasferito in romanzo di successo ne “L’Estate del ‘78”. È il testo “Chi vive giace”, felice trasposizione dal noto proverbio sull’inevitabile trapasso finale della vita. E su chi rimane, in terra, a cercare una ragione al dolore della dipartita.

Roberta CaroniaDavid CocoClaudio Zappalà, Roberto Nobile Stefania Blandeburgo in Chi vive giace, di Roberto Alajmo, ph © rosellina garbo 2019

Con questo testo, Alajmo conferma una propria, intima e per questo pervasiva, evoluzione letteraria. Che non può non dare frutti ben oltre il palcoscenico palermitano.

Ma ciò che fa più riflettere, in questa città così specchiabile nel teatro, è un “ritorno in progresso”. Una “de-generazione” che riporta il realismo magico siciliano in rappresentazione catartica. Una “de-generazione”, per intenderci, che è invece rigenerazione. Un ritorno in progresso, capace di trasformare e far progredire il magico realismo in specchio altrettanto magico.

L’attenta regia di Armando Pugliese è abile nell’esaltare ulteriormente il testo e nell’organizzare un cast particolarmente adatto allo scopo. “Chi vive giace” fa così risplendere una stagione evolutiva che è logico superamento del cinismo di ieri e di oggi. Riuscendo a riannodare Eduardo con Pirandello e Dino Buzzati con Calvino.




Il quadro pittorico, inoltre, propone connotazioni olistiche sorprendenti. Ben rimarcate nella logica scenografica di Armando Pugliese che si avvale di un ispirato e concreto team realizzativo: Andrea Taddei (scene), Dora Argento (costumi), Nicola Piovani (musiche originali), Gaetano La Mela (luci) e Valentina Enea (aiuto regia).

È commedia, senz’altro, ma di quella commedia drammatica che recupera il parlare giornaliero al dire più nascosto: tra i budelli affastellati di Palermo così come tra gli anonimi palazzoni della città “arrinisciuta”. E persino tra i budelli, più o meno artificiali, dell’Italia di oggi: figlia di un’Italia che fu e che ci sarà.

Stefana Blandeburgo, Claudio Zappalà e Roberto Nobile, ph © rosellina garbo 2019

Sbalzano le capacità di un’attrice, Stefania Blandeburgo, che già da tempo ha saputo rappresentare in maniera emblematica “Palermo” quale donna del popolo, intrisa di pensieri fin troppo pratici ma non meno emozionali. Potrebbe sembrare un esercizio da “caratterista”. Ma non lo è, se non nella linfa che ne nutre la crescita. Il carattere sfocia così in qualcosa di più universale, che va ben al di là del confine geografico isolano. L’attrice si erge presto a vero e proprio leader nel dipanare il racconto e trascinare il pubblico.

Sposa di un macellaio dai modi rudi, la “mamma” personificata dalla Blandeburgo, eccelle grazie anche ai suoi partner “familiari”: il figlio (Claudio Zappalà) e il marito (Roberto Nobile). Claudio Zappalà dimostra come la scuola di Emma Dante produca stile e capacità in chiara crescita. Roberto Nobile delizia il racconto tanto razionale quanto viscerale. Il loro dialogo è un crescendo di inspiegabili distorsioni temporali e sensoriali. La loro rappresentazione culmina spesso nell’approvazione del pubblico, mai confinata al mite attimo della risata.




Poco sarebbe quel popolare trio senza lo specchio, ancor più magico, della coppia con la quale si confrontano senza volerlo. David CocoRoberta Caronia hanno l’eroico compito di porre le basi del rapporto tra ciò che potrebbe essere soprannaturale e ciò che potrebbe essere reale. Mai un indugio, e mai un tradimento della rappresentazione: fin dalle prime battute, ben circostanziante dalla regia, accordano l’orchestra che suonerà. E già ne propongono gli acuti.

David Coco e Roberta Caronia, ph © rosellina garbo 2019

La vicenda, che è un dichiarato specchio di narrazione multipla, finisce ben presto per trasportare nel mondo dell’aldilà e dell’aldiquà, sulle stesse, fluide, tavole del palco. Da qui e fin qui, per chi spetta e per chi attua.

I due nuclei familiari descrivono una società e non solo una vicenda. Che nelle estreme lande dell’Europa, come Palermo, sono ben rappresentabili ad estremo confine conflittuale. Trovando l’ossimoro a coincidere.

Un “fango” (uno “stronzo”) è un “fango” per il popolino palermitano come per la borghesia più pretenziosa. Le coercizioni sociali sono potenti per ogni personaggio, che sia putìaro (piccolo negoziante) oppure impiegato o dirigente. Persino per chi giace, morto o vivo che sia.

Ed è lì, superando i confini del reale, che lo specchio magico del teatro umano può trovare conforto. E può dare, inspiegabile, pace.




Chi vive giace, testo teatrale inedito di Roberto Alajmo nella messa in scena di Armando Pugliese interpretata da David CocoRoberta CaroniaRoberto NobileStefania Blandeburgo e Claudio Zappalà. Le scene sono di Andrea Taddei, i costumi di Dora Argento, le musiche originali di Nicola Piovani, le luci di Gaetano La Mela. Produzione Teatro Biondo Palermo
Repliche fino al 27 gennaio e successivamente al Mercadante di Napoli (dal 29 gennaio al 3 febbraio) e al Comunale di Siracusa (22 e 23 febbraio).
In copertina: Roberta Caronia con il costume realizzato da Dora Argento per Chi vive giace. Foto di Rosellina Garbo.