Scuola pubblica: ecco come il Piemonte vinse nel fare l’Italia

di Pasquale Hamel

Il Regno di Sardegna, rispetto agli altri stati che si dividevano il territorio della penisola prima dell’unità, pose, già prima del 1848, particolare attenzione all’educazione scolastica. Con decisive riforme per creare una scuola pubblica, e una conseguente alfabetizzazione dei propri cittadini.

Carlo Bon Compagni, padre della riforma della scuola nel Regno di Sardegna, comunemente chiamato “Piemonte”

La presenza di un ministro di formazione laica, quale fu Carlo Bon Compagni di Mombello, diede infatti una spinta decisiva in questa direzione. La legge Bon-Compagni (Legge n. 818 del 4 ottobre 1848, n.d.r.), che prese nome appunto dal ministro subalpino, consentì di porre sotto il controllo pubblico l’insegnamento scolastico, sia pubblico che privato. Incidendo in profondità sulle tipologie e sulla qualità dell’offerta formativa.

Decisiva fu, in seguito, la presenza del ministro Gabrio Casati, al quale si deve la legge che riformò nel 1857 l’intero settore dell’istruzione pubblica e privata e tutti i gradi dell’insegnamento scolastico. La legge Casati – approvata per regio decreto senza seguito di dibattito parlamentare – stabiliva, infatti, che “l’istruzione pubblica elementare è data gratuitamente in tutti i comuni”.

Gratuità e obbligatorietà, non disgiunta da una forte spinta verso la laicizzazione dell’insegnamento, venivano dunque a costituire i pilastri su cui si sarebbe basata da allora la pubblica istruzione elementare.

La legge, per evitare che si riducesse ad una “grida” di manzoniana memoria, fu accompagnata da sanzioni a carico di quanti si fossero sottratti a quest’obbligo di legge.




L’onere che comportava l’attuazione di questa legge si manifestò, tuttavia, tanto rilevante che, nonostante le sanzioni, si ebbero notevoli défaillance nella fase applicativa. Tanto da fare adottare imbarazzanti disposizioni come quelle contenute in una circolare esplicativa che suggeriva ai comuni, fra l’altro, di dare la preferenza al personale insegnante di sesso femminile piuttosto che a quello maschile in quanto il primo, per ragioni culturali, percepiva remunerazioni inferiori di un terzo rispetto ai colleghi di sesso maschile.

Al di là di queste e altre distorsioni, restava però un dato inequivocabile che era quello di avere dato una spinta notevole nel processo di alfabetizzazione delle popolazioni amministrate del Regno di Sardegna, soprattutto se confrontate con quello raggiunto in altre entità statali meridionali.




Non è un caso che grazie alla scuola, al momento dell’unità d’Italia, il tasso percentuale di alfabetizzazione delle popolazioni dai 15 ai 19 anni si attestasse nel Piemonte attorno al 55,7% mentre in Sicilia non andava oltre l’11,3 % e nell’intero Regno meridionale si aggirava attorno al 13,0%, con una punta massima del 13,8% raggiunta in Campania.

Questi dati, polemiche a parte, testimoniano, senza possibilità d’appello, lo stato fallimentare del regno meridionale. E lo testimonia ancor più il fatto che, ad esempio, in Sicilia, dopo appena vent’anni di unità e grazie all’estensione su tutto il territorio nazionale della legge Casati e delle sue successive modifiche, il tasso di alfabetizzazione fosse raddoppiato. E che in Campania si fosse, perfino, quasi triplicato.

 

Immagine in copertina, Piazza Castello a Torino, foto di Cristiano Caligaris tratta da Unsplash.

Immagine di Carlo Bon Compagni di Mombello, nel testo, tratta da Wikipedia. Di sconosciuto – camera.it, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1552132