Le Rane, come attraversare un mare di cacca all’aglio

di Gabriele Bonafede

Ho avuto la sensazione che una scorreggia di cacca all’aglio aleggiasse in platea, tanto sono stati capaci Ficarra e Picone nel favorire l’immedesimazione in Le Rane, di Aristofane, traslato al presente. Ieri sera è andato in scena, in prima al Teatro Biondo di Palermo ma già di successo al Teatro greco di Siracusa in tempi, quasi, non sospetti.

Locandina di Le Rane, al Teatro Biono di Palermo, con Ficarra e Picone

Sarà stato un vicino che aveva problemi di stomaco? Una scorreggia di cacca all’aglio assolutamente casuale? Oppure i cessi del Biondo che si sono rotti inopinatamente? Può darsi. Ma l’immedesimazione nell’attraversare un mare di cacca all’aglio prima di arrivare all’inferno senza speranza, nel quale è sprofondata l’Italia di oggi, c’è. Eccome.

Tanto più che andare all’inferno e tornare con un fantasma del passato è l’obiettivo di Dionisio, Ficarra (senza lunghi capelli però), insieme a Santia (o Xantia), Picone, sempre ironico e sorridente (anche quando fa l’ubriaco).




Aristofane scrisse questa commedia nel 405 Avanti Cristo. In piena crisi ateniese, morale e culturale, prima ancora che materiale. Tanto era il mare di merda nel quale era sprofondata che, se si voleva recuperare un poco dell’antica gloria, si sarebbe dovuti scendere nell’Ade, nell’inferno. A resuscitare un grande del passato. Il gracchiare di rane, nell’attraversare la merda, avrebbe forse sancito un’incomprensione di fondo: si impiccavano gli eroi che avevano vinto la battaglia navale per Atene, e si glorificavano gli inetti. Non ci si capiva più nulla.

Ma chi resusciterà l’uomo? Chi resusciterà il mondo dei clown e del teatro al cospetto della storia? Chi resusciterà il circo della politica sovranista e spettacolare piagata dalla diffusione di notizie false? Non è detto che i clown decidano di resuscitare il meglio. Così, nell’Atene di allora come nell’Italia di oggi, si resuscitano i criminali di guerra, i Badoglio, i Graziani, i kapò nazisti, la pelata con divisa: il peggio. E i nipotini dei kapò nazisti, i topi di fogna di oggi, tornano a galla facendo capolino accanto al remo di Caronte.

Dionisio, dio dell’estasi, del vino, dell’ebbrezza e della liberazione dei sensi

Persino Eschilo, il prescelto, ricorda qualcosina di quel mondo. Forse le sue battute sono trite? È l’attore? No. È il personaggio, è la realtà. Dopotutto, potrebbe non essere il peggio. Ma un monito lo è, che l’altro, potrebbe essere, anche lui, il peggio.

“Mi sono cacato addosso”, lancia Ficarra-Dionisio al servo Picone-Santia, non meno pavido e sempre più succube. Prima di pulirsi in scena e dar la propria merda al popolo quale souvenir di dio dell’estasi, del vino, dell’ebbrezza e della liberazione dei sensi. Godono, Ficarra e Picone, dei loro cliché e della loro fama. Ed è giusto così. Ma i palermitani avranno capito? Ne dubito.

Non solo perché in un teatro greco, e persino in TV, la commedia messa in scena da Giorgio Barberio Corsetti è probabilmente più accattivante. Ma soprattutto perché in questa frontiera europea che si è data all’autolesionismo da tempo immemore, oggi la scorreggia di cacca all’aglio non è comprensibile da tutti.

Il teatro, infatti, è capace di coinvolgere persino le narici solo se queste sono adatte a capire l’olezzo umano. Ma quando ci si fanno le nasche, ci si fa il naso, anche la più efferata puzza, nuova o antica, non si sente più.




Commedia sì, dunque, ma dal sapore di tragedia. Greca, all’occorrenza. Incompresa, tra uno scroscio di applausi e l’altro, all’occorrenza.

Incomprensibile, anche in queste righe, per chi non ha né occhi, né orecchi, né narici. Perché, oltre al mare di merda, c’è anche l’aglio. Corrosivo e disinfettante, ma solo in superficie. Quasi a confondere, a speziare con profumino d’appetito. Così che i cuochi di notizie false, anche oggi, possano portare nel baratro chiunque essi vogliano. O per lo meno la maggioranza.

Grazie anche a un coro di “rane” dalle capacità musicali straordinarie e a una costruzione scenica consone alle doti di ricerca del regista, Le Rane nell’adattamento di Giorgio Barberio Corsetti è dunque da non mancare, a patto che lo si legga con tutti i sensi di percezione, comprese le orecchie e le narici.



Dionisio ammette: “Mi sono cacato addosso”.
ph © rosellina garbo 2018

 

Le Rane

di Aristofane

traduzione Olimpia Imperio
regia Giorgio Barberio Corsetti
scene Massimo Troncanetti
costumi Francesco Esposito
musiche SeiOttavi
assistente alla regia Fabio Condemi
disegno luci Marco Giusti
riprese video Igor Renzetti, Lorenzo Bruno
marionette ispirate alle sculture di Gianni Dessì
realizzazione marionette Einat Landais
maestro di marionette Marzia Gambardella
costruzione marionette Carlo Gilè
preparazione musicale del coro degli iniziati Sei Ottavi
personaggi e interpreti
Santia Valentino Picone
Dioniso Salvatore Ficarra
Eracle  Roberto Rustioni
Un morto Gabriele Portoghese
Caronte Giovanni Prosperi
Corifeo  Gabriele Portoghese
Eaco  Francesco Russo
Ostessa  Valeria Almerighi
Servo Giovanni Prosperi
Plutone Giovanni Prosperi
Euripide Gabriele Benedetti
Eschilo Roberto Rustioni
Coro di Rane della palude infernaleKristian A. Cipolla, Germana Di Cara, Vincenzo Gannuscio, Alice Sparti, Massimo Sigillò Massara, Ernesto Marciante
Coro dei sacri iniziati ai Misteri Eleusini e MarionettistiDanilo Carciolo, Chiara Cianciola, Roberta Giordano, Elvio La Pira, Mariachiara Pellitteri
produzione INDA – Istituto Nazionale del Dramma Antico
riallestimento Teatro Biondo Palermo, Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale, Fattore K