Il grottesco calcio italiano: dalla noia al caos. E infine al collasso

Nazionale maggiore in difficoltà, serie A senza sorprese, serie B nel caos, e serie C al collasso. Una breve analisi sul declino  del calcio italiano

di Gabriele Bonafede

Ha ragione Giuseppe Leonardi, il presidente della Sicula Leonzio, club siciliano che milita in serie C. Il presidente dei bianconeri di Lentini (SR), cittadina dalle origini provenienti dall’antica Grecia, commenta così l’iscrizione in serie C della “Juventus B”: “Dovrebbero sistemare le vere problematiche della Serie C, non capisco cosa c’entrino queste squadre. Il calcio è al collasso, basta vedere Bari e Cesena. C’è tanta confusione, si andrà per tribunali e magari la prima giornata slitterà” (come pubblicato da Stadionews, qui).

Va via Buffon e arriva CR7, il risultato non cambia? Intanto la serie C è al collasso

D’altronde, il problema del calcio italiano, quello finanziario, non è limitato alla serie C, dove c’è un fuggi-fuggi generale, tanto da non avere abbastanza club disponibili a iscriversi. Il pesce, insomma, puzza dalla testa ma anche dai piedi. E molto.

Questa stagione 2018-2019 arriva infatti dopo una stagione grottesca, per non dire drammatica. Nella quale l’esclusione della nazionale dai mondiali è solo la punta di un iceberg gigantesco.

Partiamo dalla testa, ovvero dalle eccellenze: i migliori club, la massima serie, la Champions. La coppa europea per club manca ormai in Italia dal lontano 2010, quando la vinse l’Inter del “triplete”. Un trofeo che l’Italia non riesce a vincere ormai da otto anni.




Peggio va per l’interesse al campionato: non solo declino tecnico rispetto ad altre nazioni, ma poca suspense per chi vincerà lo scudetto. L’arrivo di Cristiano Ronaldo alla Juventus aumenterà forse il tasso tecnico, ma il club di Torino ha vinto le ultime sette edizioni rendendo la lotta per il titolo nazionale una noia indicibile. E con un fuoriclasse stellare come CR7 mette una nuova ipoteca sullo scudetto, prima ancora che cominci. D’altronde, il campionato italiano è affare di pochi club ormai da tempo immemore. Le ultime diciassette edizioni sono state vinte solo da tre club: Juventus (10 scudetti di cui uno revocato), Inter (5, consecutivi) e Milan (2). L’ultima volta che una “provinciale”, se così si può chiamare un club di una città di quasi 300 mila abitanti, fu qualcosa come 33 anni fa, con il Verona.

Lo scudetto in un’edizione a girone unico, non è mai andato a un club che rappresenti una città di meno di centomila abitanti. L’ultima volta è successo nel 1922, quasi cento anni fa, con la Pro Vercelli, quando il campionato non era a girone unico. L’ultimo, e unico, campionato vinto da un club di una città non molto grande e del Sud, è quello del Cagliari del 1969-70: quasi cinquanta anni fa.

Lo stesso Napoli, unico club di città del Mezzogiorno ad essersi fregiato del titolo italiano, è riuscito a vincere il suo ultimo scudetto nel 1990, ovvero quasi trenta anni fa. Il titolo è affare di poche grandi città con almeno un milione di abitanti, tranne rare e irripetibili eccezioni. Non è così in altri grandi Paesi europei come Germania, Francia e Inghilterra.

Eppure il calcio può essere sportività e amicizia. Anche se questi due club non vinceranno mai lo scudetto.

Poco interesse, dunque, perché le sorprese, come il Leicester in Inghilterra, il Montpellier in Francia o il Wolfsburg in Germania sono praticamente impossibili. D’altronde, in Italia è stata ormai cancellata, di fatto, la funzione della coppa Italia. Con una formula semplicemente grottesca e che non è di carattere nazionale ma, ancora una volta, affare per pochi club di vertice.

Ma se fosse solo la noia sul successo finale, saremmo ancora sopra la linea di galleggiamento. Il fatto è che negli ultimi anni, il calcio italiano è stato affondato dagli stessi che lo gestiscono. Si è arrivati, oggi, a situazioni ancora più grottesche. Benché sia stato pubblicato il calendario di serie A è ancora incerta la sua composizione, con il Crotone che ha fatto riscorso, chiedendo anche la sospensione dei campionati per la nota vicenda del Chievo.

In serie A sono approdati due club protagonisti di un finale di campionato quanto meno antisportivo: Parma e Frosinone. Il Parma, condannato per responsabilità oggettiva per una presunta combine, ma comunque premiato con la promozione. Il Frosinone, premiato con una promozione conquistata in una finale play-off dove i propri giocatori e il pubblico si sono comportati in maniera inqualificabile dal punto di vista sportivo.




Ma non è finita. La Serie B non è ancora riuscita a lanciare il calendario perché, all’oggi, non si sa effettivamente chi parteciperà. Tra ricorsi, tribunali, fallimenti, ci sono ancora una serie di incognite dopo l’esclusione, parrebbe ormai certa, di importantissimi e storici club come Bari e Cesena. Mentre quella dell’Avellino è ancora incerta, e potrebbe essere salvata da un istituto bancario romeno e non italiano.

Ci sono sei club volenterosi e disponibili a sostenere le spese per giocare in serie B, con incerti introiti a fronte di grandi costi e regole bizantine. Ma ancora non è chiaro chi accederà, tra regole e contro-regole di ripescaggio: Catania, Novara, Siena, Ternana, Pro Vercelli ed Entella hanno presentato domanda. Sei club che sono dunque in un limbo che provoca ulteriori danni per la preparazione, il mercato, la programmazione anche del prossimo allenamento. Non parliamo della programmazione del medio e lungo termine.

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Se la storia finisse qui, saremmo già dalla noia al grottesco. Ma c’è di più. Sotto la linea di galleggiamento dell’iceberg, c’è la serie C. Come detto all’inizio dell’articolo, ormai al collasso conclamato.

In serie C, un campionato previsto per 60 club suddivisi in tre gironi da venti, non ci sono abbastanza club capaci di sostenerne le spese, persino d’iscrizione. Si rischia (anche in questa stagione perché la storia non è nuova per niente) di averne solo 56. E, tra questi, l’onnipotente Juventus con la sua “squadra B” che, ovviamente, falserebbe il campionato d’appartenenza. La “Juventus-B”, infatti, sarebbe comunque uno squadrone anche per la serie A, figuriamoci per la serie C.

Nella scorsa stagione, inoltre, pur con gironi raccogliticci, un paio di club sono praticamente falliti a campionato in corso: il glorioso Modena (decine di campionati in B e qualcuno in A) e il piccolo Akragas, club di una delle città più rappresentative dell’Italia e della Sicilia per lo meno dal punto di vista artistico e letterario: Agrigento. I loro fallimenti hanno finito per falsare inevitabilmente i rispettivi gironi.




Non andiamo alle serie minori, che comunque sono state ridotte. Pare non ci sia più da quest’anno, la Terza Categoria, riducendo i livelli del campionato italiano a soli nove. Laddove, ad esempio in Francia, sono ben diciotto: il doppio. Qui, in Italia, si entra in un mondo del calcio per dilettanti che, anziché costituire la linfa vitale per i vertici, versa in condizioni di difficoltà immense, soprattutto nel Mezzogiorno dove le infrastrutture e le risorse umane e finanziarie sono poche e sempre più limitate.

Servirebbe la bombola dell’ossigeno per mantenere a un livello decente il mondo del calcio in Italia. Invece, cosa si fa? Si va avanti con sentenze su illeciti e sportività quanto meno incomprensibili e, in definitiva, molto autolesioniste. Riducendo in maniera ancora più grottesca la credibilità di tutto il sistema-calcio in Italia.

In questa stagione, purtroppo, rischiamo di vedere ancora tante storie di un collasso prima annunciato e poi conclamato. Ma per chi gestisce il calcio in Italia “tutto va bene, madama la marchesa”.