Gli investimenti per infrastrutture in Sicilia nell’ultimo decennio borbonico

di Pasquale Hamel

Nonostante sia stato segnato da piccoli e grandi episodi di ribellismo locale e da una repressione poliziesca dei Borboni, la cui durezza costituì una ulteriore causa della frattura insanabile che divise la società siciliana dal governo di re Ferdinando II, non si può non sottolineare che, proprio egli anni che seguirono la rivoluzione dal ’48 allo sbarco dei Mille di Giuseppe Garibaldi, la Sicilia sia stata segnata da una sensibile ripresa economica.

Mappa Regno delle due Sicilie al tempo del regno borbonico

Fu una ripresa economica di cui non si trovano precedenti nei decenni passati, fatta eccezione per il particolare periodo 1805-1815.

Dal 1848 alla vigilia del crollo borbonico, Il commercio, le esportazioni, la produzione mineraria e le attività artigianali e produttive, ripresero infatti a pieno ritmo. Sempre in quel decennio (1848-1858), e anche questo è da ricordare, il governo napoletano, presieduto dal marchese Giustino Fortunato, aveva mobilitato somme considerevoli nell’isola.

Le risorse finanziarie furono in parte reperite con l’addizionale del 3% sull’imposta fondiaria e in parte con la reintroduzione della odiosa tassa sul macinato, che lo stesso Ferdinando aveva ridotto a un terzo nel 1847 e che il governo rivoluzionario aveva soppresso nel 1848.




In parte provenivano direttamente dall’erario regio e tutte insieme furono destinate a realizzare infrastrutture: porti e strade di comunicazione di cui la Sicilia, notoriamente, era fortemente carente e che, come scriveva il Perez, costituivano un grosso limite al progresso dei commerci.

Per accelerare le opere, era stata creata, a Palermo una “Commissione de’ pubblici lavori e delle acque e foreste” direttamente dipendente dal Ministero per gli affari di Sicilia. Purtroppo, però, molte di quelle somme, in certi casi anche considerevoli, furono male amministrate. Vennero distratte e sparse in mille rivoli lasciando che ognuno potesse attingerne a piacimento e di utilizzarle anche per scopi meramente personali, nepotistici e clientelari.

Strade postali in Sicilia nel 1855, mappa tratta da ilpostalista it

L’apparato burocratico, lento e farraginoso, che per ogni iniziativa intrapresa esigeva favori e danaro per esitare le pratiche, valse a rendere più difficile e scoraggiante soprattutto ogni iniziativa che aveva come protagonisti sia l’amministrazione pubblica che i privati.

Infatti, tutte le volte che il governo cercò di riformare le attività, di installare moderni mezzi di comunicazione, di stimolare la produzione, di costruire, ammodernare o provvedere alla manutenzione di strade, si troverà a dovere fare i conti con le pesanti barriere amministrative dell’apparato esistente.

Si trovò, perfino, d fronte allo sbarramento messo in atto da bande organizzate, spesso al servizio degli stessi baroni che, come sempre, si mostravano sospettosi per ogni novità e per ogni mutamento della situazione esistente.

Nel periodo in questione, pur di fronte alle difficoltà che abbiamo citato, vennero tuttavia realizzate strade per 307 miglia (quasi 500 km), fra le quali considerevoli tratti della strada tra Palermo e Messina, che agevolarono in modo notevole la mobilità di merci e persone.




In copertina, il golfo di Palermo con pescatori davanti a Monte Pellegrino, in un dipinto di Francesco Lojacono tratto da Wikipedia. Di Francesco Lojacono – http://marineoilpaintings.blogspot.com/2009/07/francesco-lojacono-italian-1841-1915.html, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=12430902

Nel testo, mappa del Regno delle Due Sicilie tratta da Wikipedia. Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2691252

Nel testo, carta postale del 1855 pubblicato nello studio del Piola, riportanti le corse [postali] principali e secondarie, nonché le stazioni di posta in Sicilia, tratta dal sito ilpostalista.it  http://www.ilpostalista.it/sicilia/sicilia_064.htm