Mondiali 2018, ecco perché ha vinto la Francia

Multiculturalità e investimenti capillari nello sport sono la chiave del successo calcistico in Francia

di Gabriele Bonafede

Una vittoria “multietnica”, europea, tattica e di qualità. Sicuramente. Ma la vittoria della Francia ai mondiali ha anche altre motivazioni. A partire dalla programmazione e gli investimenti nello sport. Tutto quello, insomma, che non c’è in Italia.

Nizza, tifosi festeggiano una vittoria della Francia durante i mondiali 2018

Da decenni in Francia si investe nello sport e nei giovani. Investimenti realizzati capillarmente e in qualche modo coordinati con altre istituzioni pubbliche. Laddove le infrastrutture sono di grande qualità e sostenute da budget pubblici locali e nazionali, i medi, piccoli e piccolissimi club di calcio sono sostenuti nello sviluppo delle risorse umane, oltre che nelle stesse infrastrutture.

La Francia è fondamentalmente in grado di creare vivai su tutto il territorio nazionale. È in grado di sviluppare e valorizzare giovani calciatori, educatori, allenatori, dirigenti. Ed è in grado di farlo anche in ambienti complicati come le periferie, dove il calcio è spesso un modo per integrare e sviluppare coscienza civile, senso d’appartenenza, tolleranza, dialogo. Certo, con tutti i problemi di un mondo che sembra andare alla deriva, ma sicuramente con modelli e pratiche che sono avanti anni luce rispetto all’Italietta di oggi.




E qui entra in gioco la multietnicità e la multiculturalità. Non a caso, la nazionale francese è una nazionale che si giova della presenza di grandi calciatori d’origine africana. In Italia, un fuoriclasse come Balotelli, invece, è stato tenuto fuori dal giro della nazionale per ragioni che è meglio definire incomprensibili.

Si tratta di passi avanti di grande importanza per il sistema-calcio francese. Anche se ancora limitati. Va detto che dal punto di vista dei calciatori c’è un’evidente integrazione nei club e nelle selezioni nazionali francesi così come nella fioritura di grandi atleti d’origine africana. Ma dal punto di vista della dirigenza sono stati fatti solo i primi passi avanti. Ci sono solo due allenatori d’origine africana nella massima serie, pochissimi i dirigenti nazionali e di club, anche nella Francia che vince il mondiale. Rimane comunque una integrazione molto maggiore che in Italia, dove non esistono allenatori importanti d’origine africana, e persino i calciatori non vengono accettati così facilmente nel giro della nazionale.

La Francia festeggia, l’Italia sta a guardare

Per non parlare di un sistema-calcio italiano dove i soliti club sono trattati in guanti bianchi e gli altri penalizzati, soprattutto se sono del Mezzogiorno. Per non parlare della difesa dello sport in quanto tale e quindi della sportività, ultimamente calpestata anche dai giudici sportivi italiani. Per non parlare di competizioni come la Coppa Italia, ridotte al minimo sindacale se non al ridicolo: affare privato delle prime otto squadre che si piazzano come tali in massima serie.

In Italia, l’ultimo scudetto non vinto da una delle solite tre, è di quasi venti anni fa. In Francia, recentemente hanno vinto il titolo club come Montpellier, Monaco, Lilla, Bordeaux: città medie o non grandissime, laddove lo scudetto italiano è sistematicamente affare di Milano o Torino e, molto di rado, Roma. In Francia la squadra più titolata è il Saint-Etienne (175 000 abitamti) e il titolo è stato vinto anche dall’Auxerre, club di una cittadina di appena quarantamila abitanti: una cosa impossibile in Italia.




In Italia si fanno sempre gli stessi errori. E nel futuro prossimo, a giudicare dai comportamenti insensati delle istituzioni calcistiche e di attuali politici di governo sostenuti da gran parte dell’elettorato, si può andare solo indietro. Una gran parte delle risorse presenti è in qualche modo messa da parte e non valorizzata. Gli investimenti nello sport, sia infrastrutturali che in risorse umane, sono molto modesti, insufficienti, mal gestiti, mal distribuiti territorialmente, con un Mezzogiorno sempre più indietro. L’integrazione con nuove leve di cittadini provenienti dall’Africa o altri Paesi non è stata sostenuta. Oggi è addirittura osteggiata.

A noi resta solo la TV…

Una grande realtà come il giovanissimo fuoriclasse Mbappé sarebbe potuta fiorire in Italia? Probabilmente no. Lo stesso è per Pogba, Umtiti, Kante, Matuidi, Tolisso, etc., cioè quei giocatori che hanno riportato la Coppa del Mondo a Parigi.

Nella faccia sconsolata di Salvini che vede la Croazia perdere per 2-4 contro una Francia multietnica sta tutta l’incapacità italiana a vedere come stanno le cose.

Piccola Croazia che comunque si dimostra anch’essa molto più avanti rispetto all’Italia, anche senza le fondamentali risorse fornite al calcio da giocatori originariamente extracomunitari. Anche la Croazia ha comunque schierato due calciatori nati altrove: in Ucraina.




Queste risorse, in Italia sono messe da parte. Non solo africani. Quanti giovani romeni o ucraini che vivono in Italia non sono stati integrati abbastanza per farli crescere calcisticamente e far parte della nazionale italiana? Quanti non sono riusciti nemmeno ad arrivare in Italia da diverse parti del mondo? Calcio italiano che è specchio di una società che fa i passi del gambero…

Su questo punto, in qualche modo, la vittoria francese è stata un’ovvietà già scritta, che gran parte degli italiani, Salvini in testa, non vogliono accettare: il futuro non è di chi costruisce muri, ma di chi li abbatte. Il futuro è di chi investe, sostiene meritocrazia, integra e forma, accetta e sostiene tutti i cittadini, qualsiasi sia la provenienza. A partire dallo sport? Anche. Lo dimostrano, per lo meno nel calcio, lo sport più seguito al mondo, le prime quattro nazionali del mondiale 2018.