Carlo Sibilia, Falcone, Borsellino e la memoria

Tra le gaffe di Sibilia, quella su Falcone e Borsellino è la più odiosa

di Vincenzo Pino

Carlo Sibilia, da ieri sottosegretario di Stato al Ministero degli interni, nel 2013 diffuse un tweet con testuali parole: “Cosa dire di una stampa che oscura il Restitution Day? L’evento più rivoluzionario dagli omicidi di Falcone e Borsellino?”. Lasciando intendere che, per lui, le orrende stragi di Capaci e di Via D’Amelio sarebbero state un “atto rivoluzionario”. La gaffe, se così si può dire, fu talmente mostruosa da costringere Sibilia a cancellare il post e rettificare.

La frase spropositata di Sibilia su Falcone e Borsellino, poi cancellata con le dovute scuse

Ma questa, per quanto la più odiosa, non è la sola uscita priva di senso del suddetto Carlo Sibilia. Una raccolta delle sue “perle”, sia pure parziale, è stata pubblicata in un recente articolo da Repubblica (qui). Si va dalla proposta di matrimonio tra specie diverse se “consenzienti”, ad altre castronerie da no-vax estremista, alle teorie complottiste più strampalate e ormai credute come vere da molti sprovveduti.

Ma torniamo alla castroneria più terribile, quella contro Falcone e Borsellino. A ciò che quelle parole di Sibilia evocano, nei ricordi, nel dolore, nella storia del nostro Paese, e nel nuovo ruolo che dovrebbe avere un simile sottosegretario di Stato.

Personalmente, quel sabato del 23 Maggio 1992 ero, solo, tappato in casa a preparare una relazione per un convegno organizzato dalla Cgil a Palermo sui temi della formazione professionale e del lavoro in Sicilia che si sarebbe svolto il Lunedì successivo.




Alle 18 e 15 circa squillò il telefono. Era il responsabile nazionale Cgil del settore che mi chiese se avessi saputo cosa era successo. Alla mia risposta negativa mi disse che c’era stato un attentato in autostrada, in cui era stato colpito Giovanni Falcone.

Annullammo immediatamente l’iniziativa ed io entrai in agitazione. Mi precipitai davanti alla televisione ed impiegai alcuni minuti che mi sembrarono eterni prima di realizzare fatti ovvi, ad esempio che l’autostrada era quella che collegava Palermo a Trapani e non a Catania.

Perché, sapete, di fronte a notizie terrificanti, la capacità percettiva decade verticalmente. Almeno, a me capitò così. E la mia attenzione potè spostarsi solo dopo alcuni minuti sulle condizioni di Giovanni Falcone che stava tra la vita e la morte. E a sperare con tutte le mie forze che potesse farcela.

L’annuncio diretto di Paolo Borsellino in Tv sulla morte di Falcone, ricordo che fu da lui che lo appresi, mi fece precipitare in una angoscia ancora più disperata.

Strage di via d’Amelio nella quale furono barbaramente assassinati Borsellino e la sua scorta, il 19 luglio 1992

Sono sensazioni terribili che restano indelebili nella memoria e nel corpo di chi stava da questa parte della barricata: quella della lotta contro la mafia. Fu un colpo tremendo per chi viveva di aspirazioni a legalità e giustizia di cui Falcone rappresentava il faro. Lo avevo visto tre giorni prima a Roma in un convegno organizzato dalla Cgil alla sua presenza: Bruno Trentin lo aveva invitato a tenere una relazione sui temi della legalità al direttivo nazionale del sindacato ed io fui delegato dalla segreteria siciliana ad essere presente.

E quando ad un mese dal martirio fu organizzata con la presenza di Borsellino un’assemblea cittadina alla Biblioteca Comunale vicino Casa Professa a Palermo io ero lì, assieme ad un migliaio di presenti.

La tensione era palpabile in quel luogo. Borsellino, ricordo, riusci persino ad accendere due sigarette contemporaneamente (eravamo all’aperto) e la sua voce rotta e roca, eppure cristallina nel suo contenuto di denuncia, ci teneva inchiodati ed attoniti nelle sedie.




Attorno c’erano decine di poliziotti, quasi in assetto di guerra. Con i mitra spianati, presidiavano il colonnato di quel posto stupendo che ora sembrava un fortilizio assediato da una mafia potente ed incombente.

E poi quella domenica di Luglio. Calda, afosa, stancante anche da fermi. Avevo dovuto attraversare due volte la città in mattinata per andare a prendere mia figlia per portarla a mare. Mentre si andava verso Terrasini mia figlia volle ritornare a casa. Chissà, forse il clima nervoso di quei mesi si era impadronito anche di lei.

Ed io lo feci, tornai a casa. Fu passando da via Autonomia Siciliana, nei pressi del luogo in cui vi fu poi l’attentato, che notai un gran numero di bancarelle per la vendita di sigarette che non mi spiegai mai alla luce di una città che era svuotata. Il pomeriggio ecco il botto. Abito a circa quattrocento metri da via D’Amelio e vivevo l’impossibilità di spiegare a mio figlio piccolo cosa fosse avvenuto. Aveva avuto qualche incubo in quelle settimane dall’attentato Falcone e non volevo appesantirne il carico emotivo.

Piersanti Mattarella uciso dalla mafia, nelle braccia del fratello, l’odierno Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella. Foto di Letizia Battaglia

Questo è quanto ho vissuto, io, caro Sibilia, neo sottosegretario agli interni. L’attentato, i due attentati, a Falcone e Borsellino sono stati tra gli atti più ignobili e terrificanti  della storia di questo Paese. Altro che atto rivoluzionario.

In cui tutti qui a Palermo, ma anche in Sicilia e nel Paese, a Milano in via Palestro, a Firenze in via dei Georgofili, a Roma in Laterano, e in altre simili occasioni, siamo stati colpiti o siamo sfuggiti ad attentati. E ci siamo sentiti minacciati tutti nella nostra sicurezza individuale, nelle nostre relazioni affettive da un mostro e spietato che colpisce vigliaccamente. Un mostro spietato, una piovra, che ha ucciso i migliori uomini a servizio dello Stato.

Abbiamo resistito e ne portiamo memoria. Ma ci sono quelli che invece sono morti, non solo i giudici, ma anche gli uomini della scorta, i fedeli servitori dello Stato che hanno messo la loro vita a disposizione della salvaguardia dei valori fondanti della nostra convivenza. Ci sono i loro familiari, i loro figli, quelli che sono stati colpiti nel profondo della loro esistenza da questi attentati.




E tu Sibilia da oggi li rappresenti? Tu oggi coordini la Polizia di Stato? Non c’è offesa più grande che questo governo pentaleghista abbia potuto fare a questo nostro Paese ed al senso dello Stato.

Lo dico con fierezza e senza tema di smentita perché  la storia parla: tu, il tuo proponente Di  Maio, il tuo superiore Salvini, palesate quanto meno una dubbia memoria storica. E se volete rappresentare la vittoria della mafia, la storia vi ricaccerà indietro. Esistono le scie di morte che ci ha lasciato una storia martoriata, non le scie chimiche prodotte dal tuo complottismo.

Chissà cosa dirà l’uomo di legge Conti. Conosce la nostra storia? Non si è vergognato a presentare questa lista a Mattarella?