Stato Etico o Politico? Nel dubbio sto con chi non vuole pagare

Stato e nuova politica in questa campagna elettorale, passando per rimborsopoli e Borrelli

di Giovanni Rosciglione

Quando un Partito, un Movimento o una Religione si propone prioritariamente di fare dei suoi iscritti, dei suoi seguaci o dei suoi fedeli degli uomini onesti, puri e senza peccato – quindi di avere il diritto di giudicare la tua etica – allora bisogna sapere che da secoli e secoli quel Partito, quel Movimento, quella Religione presto sopprimerà la tua libertà, la democrazia e farà dei suoi adepti uomini violenti, oppressi e poveri. “Etico” era infatti lo Stato nazifascista, l’Islamismo radicale e terroristico, come Etico sarebbe infatti lo Stato immaginato da Movimento 5 stelle.

Lo stato “politico” di Roma…

E sempre tardi ci siamo accorti che il Paradiso terrestre offerto da questi stregoni si trasformava velocemente in regimi nefandi e dittature violente. E’ ormai un punto fermo che Etica e Politica sono discipline entrambe indispensabili, ma separate da quando la società si è via via riconosciuta in una forma di Stato di Diritto e nella Democrazia pluralista e rappresentativa.

Se uno pecca secondo la sua religione ci sarà il sacerdote che lo giudicherà e lo punirà o lo assolverà. Se un uomo o una donna hanno commesso un delitto, ci sarà un Giudice scelto secondo criteri democratici e trasparenti a condannarli o assolverli. Per il resto c’è solo (si far per dire) la nostra coscienza, la nostra coerenza, il nostro senso di responsabilità o l’utilità del bene comune.

Questa è l’Etica: in definitiva una Religione Civile che ci permetta di correggere i nostri errori e giudicare quelli degli altri.




La Politica fa un’altra cosa altrettanto decisiva: mettere i cittadini in condizioni di avere qualità di vita, di istruzione, di benessere economico e fisico e di garanzie democratiche tali che questi bisogni e questi diritti possano essere rispettati. I mezzi sono la possibilità di associarsi, di scegliere e fondare partiti, di comunicare e riunirsi per controllare gli eletti e contribuire alla riuscita dei progetti. Il peccato capitale del politico è quello di non aver perseguito e realizzato quello che ha promesso, non spiegarne i motivi e non dare l’esempio a tutti della coerenza con i principi cui dice di rifarsi. Il clientelismo, il familismo feudale, l’incapacità di fare quello che hai promesso e il tirare a campare sono i vizi della politica. La punizione è non votarlo farne oggetto di pubblica critica e favorire chi invece ha seri e credibili propositi di cambiamento.

Per il resto dunque c’è un dio, un magistrato o il pubblico disprezzo.

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… lo stato dei limoni…

In ogni caso non mi sembra che si possa aspirare all’Olimpo degli Onesti, quando si accetta di firmare un patto di “scambio di convenienze” con il Gestore privato di una Piattaforma informatica, che sceglie chi deve diventare un legislatore, un politico, non importa se semianalfabeta o ciondolante fuori corso. Quello non è un puro onesto, ma, nel migliore dei casi, un ingenuo che accetta di pagare. Come chiamare quella una “restituzione volontaria” quando si firmava un contratto leonino vero e proprio?

Guardiamo il caso Borrelli (socio di fiducia della Casaleggio Associati). E’ ora palese che era un maneggione vicino alla Lega, con molti agganci con le piccole imprese del Nord in un sistema che era anche in grado di condizionare i flussi di microcredito. Era, a quanto si dice, già sotto controllo interno; e questo fa pensare che a Capogruppo del futuro Parlamento Europeo si fosse già scelto il focoso Di Battista, che parla molte lingue, va in moto e si è messo in aspettativa volontaria per paternità lasciando l’amato puto a gridare papà dove sei? Insomma, quella di Casaleggio è una vera e propria industria, che incassa euro con la simonia dell’onestà e con la garanzia dell’ignoranza! La purezza della Setta che ti promette il Paradiso col bonifico, con i medesimi riti di una esoterica religione.




Perdonatemi una sola citazione. Quella di James Hillmann nel piccolo saggio Gli Stili del Potere. RCS 2002 con prefazione di Silvia Ronchey, al capitolo “il Purismo”: “… questo tipo di potere non mira a governare sugli altri. La sua intenzione è … di stare al di sopra di ogni tipo di potere che ha a che fare con la vita. La purezza è una tirannia sula vita stessa, e manifesta il potere di un unico sé sulle richieste della vita……Troppo estrema, troppo radicale. La loro intolleranza per le nostre imperfezioni è pari alla nostra intolleranza per la loro perfezione. Non per il gioco di squadra, non sono gente per l’organizzazione, fratelli e sorelle…”. Un Capolavoro questa Setta e per ulteriori informazioni: Giuliano da Empoli (qui).

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Cari indulgenti lettori, se siete giunti a questo punto, vi e mi porrete alcune domande:

  • Allora non è vero che in Italia c’è corruzione e incapacità nella Politica e nelle Istituzioni?
  • E non è vero che i Partiti tradizionali sono colpevoli di aver deluso gli elettori e di non aver mantenuto le promesse?
  • Perché allora limitarsi a condannare solo un nuovo Partito?

Risponderei così:

  • In Italia c’è molta corruzione. E il guaio è che non si limita alla politica (i politici possono essere sostituiti) ma il degrado del costume si estende a tutti rami del potere (burocrazie e corpi intermedi), e questo viene percepito nel comune sentire moltiplicato, dilatato inscalfibile dai Format mediatici, dalle fake news e dalle grida dei giustizialisti.

    … lo stato “egizio” (A Roma c’avemo tutto pure er Nilo…)

  • E’ comprensibile la sfiducia nel nostro sistema partitico e politico. Ma questa è spiegabile anche col il terribile ritardo nell’adeguarsi al bisogno di innovazione, di cambiamento culturale e generazionale e di adeguamento strutturale delle Istituzioni alle odierne sfide geografiche e tecnologiche. Dalle parti della mia sinistra sembra addirittura che il Muro di Berlino sia rimasto ancora intatto nell’Ippocampo dei nostalgici del proprio ruolo di potere e farfuglianti un marxismo maccheronico.
  • I 5stelle non sono – come ho cercato di spiegare – la soluzione a questa situazione, ma sono al contrario la conseguenza della minorità della politica, che rischierebbe di rendere il governo del Paese ancora più inefficiente e inutile e di abbattere la nostra democrazia repubblicana. Guardate, ad esempio, come oggi si rischia di dare più consenso e potere a chi si oppone a tutto e che è in grado di proporre solo soluzioni drogate dal sogno dell’onestà a un tanto al kilo e di rendere più deboli quelli che sono in grado di proporre qualcosa. Il Referendum del 4 dicembre 2016 è l’esempio lampante della pericolosità di una Coalizione interdittiva e che ha il nome di Accozzaglia: da Forza Nuova ai Centri Sociali, da Storace a D’Alema e Marco Rizzo. Con in più il favore di 8 decimi dei media, felici di potere guadagnare con spettacoli di “Combattimenti di galli”.

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Se il medico vi diagnostica una grave setticemia con febbre a 45 gradi, prima devi abbassare la temperatura (cioè il sintomo, la conseguenza) e poi sconfiggere la causa, la malattia (che poi sarebbe la parte più difficile e necessaria)! Per la malattia della nostra politica la cura può essere solo quella di una nuova sapienza politica, una nuova classe di politici, di un rinnovamento e adeguamento organizzativo dei partiti, di una ripresa del loro ruolo costituzionale recuperando il dovere democratico di coinvolgere i cittadini e il compito di rappresentare lo spazio delle decisioni e delle responsabilità. Lo spazio per il rilancio di uno Stato.

Per l’affermazione di quella che io chiamo “la nuova politica italiana”, è indispensabile il ruolo di tutta la nostra classe dirigente (imprenditori, professionisti, economisti) e di tutti i settori pensanti, come la Scuola e l’Università. Ma soprattutto gli Intellettuali e gli Uomini di Scienza, che dovrebbero un po’ mitigare i loro altezzosi scetticismi. Il nuovo racconto del Paese è necessario e lo spessore culturale della nuova politica deve essere anche e soprattutto scientifico, etico e estetico.  Diciamo la verità: se nelle scienze siamo Europei e al passo dei tempi, nelle arti, nei romanzi, nel cinema, nella sceneggiatura della nostra vita, delle nostre Fiction siamo molto, ma molto provinciali. E finiamo con l’esserlo anche in politica (basti vedere il microscopico dibattito dei nostri media sullo scenario globale).

C’è poi una Legge Elettorale infausta (ma a criticarla sono ammessi solo quelli che hanno detto sì alle riforme costituzionali e all’Italicum) e un equilibrio finanziario ed economico ancora precario, che non rendono ancora acquisito quello che dovrebbe essere il nostro ruolo primario in Europa.  E non dimentichiamoci che, se i partiti e i luoghi del pensiero e del dibattito stentano a riprendere il ruolo di coinvolgimento dei cittadini, questi continueranno ad abbeverarsi alla fontana avvelenata dei Talk show, delle fake news e della galassia di sondaggisti favorevoli a chi punta a incoraggiare chi vuole salire sul carro. Si rischia quindi un astensionismo da record e un ulteriore colpo grave all’idea stessa di democrazia.

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Uno “spettro” si aggira per lo Stato gattopardesco. Sarà vera gloria? Agli elettori l’ardua sentenza…

Ma allora perché vi sto annoiando con un presuntuoso feuilleton psicopolitico? Perché ritengo che i furbi pensano di essere intelligenti e che gli altri siano cretini. E noi Italiani, avremo pure tanti difetti e tanti motivi per lamentarci, ma tra i cretini non siamo ai primi posti. Non voglio concludere con un timido facsimile, con uno slogan di migliaia di parole. Ma, sinceramente, continuo a credere che il grido “sono tutti gli stessi!”, favorito dalla nostra perdita di memoria, aggrava dolosamente la possibilità di un avanzamento nell’interesse generale. Mi permetto di sottolinearvi come ancora in Italia c’è chi onora la Politica come Scienza del Governo.  Prodi non è Berlusconi, Padoan non è Fioramonti e Gentiloni non è Fratoianni. La Legislatura che si chiude ha avuto un Governo che della necessità di coalizioni ballerine e contradditorie ha fatto la virtù coraggiosa di mischiare l’innovazione e con la forte spinta al cambiamento, con la capacità dell’ascolto, della pacatezza e del realismo. Un gruppo di uomini e di donne che non hanno avuto paura, non hanno rinunciato all’ambizione, ma alla demagogia, per portare il nostro Paese e le speranze dei nostri giovani fuori del gorgo di una crisi economica e politica terribile e che sembrava invincibile. Un punto da cui imprescindibilmente partire.




Nelle loro parole e azioni ho avuto spesso la gradevole sensazione che discendessero da quel “ramo d’oro” dello spirito risorgimentale, colto, laico e al passo con i tempi, ma anche austero e civico, che sta nella preziosa eredità di quel non ancora riconosciuto e carsico “partito democratico liberale e progressista” che ha salvato la democrazia, la libertà e l’identità degli italiani. Cervelli e culture che non hanno avuto mai paura del cambiamento, che da sempre guardano al futuro senza paure e che garantiscono la protezione dell’interesse generale a partire dai più deboli.

Esagero? Non credo.

La nostra giustificata insofferenza non può portare alla resa o alla cecità: avere nel nostro prossimo Parlamento una coalizione, un gruppo che abbia culture plurali ma compatibili, una provata capacità di Governo, una riconosciuta autorevolezza di concretezza, sarebbe in ogni caso il punto forte per non fermarci e andare avanti. E mi rivolgo ai giovani. A quelli che non vogliono più sentirne, che non vogliono più emigrare, che non vogliono rassegnarsi al padrinato clientelare o al precariato. Solo così potremmo mantenere la nostra credibilità in Europa e dare continuità a quelle riforme tanto necessarie, quanto avversate da i nuovi conservatori. Questa mia non vuole essere propaganda elettorale camuffata da alti pensieri, ma solo pubblicità progresso. Altro non vedo, ma quello che vedo basta.

Grazie dunque a Borrelli & C., che hanno almeno avuto il coraggio di non pagare il pizzo e l’ingenuità del bimbo che grida “Il Re è nudo”; e grazie anche alla Cancelleri Brother, che ci hanno dato il segno di quanto i grillini tengano alla famiglia, così restituendo in tempo qualche speranza a chi, come me, crede che domani sarà veramente un altro giorno (cit. da “Via col Vento” di Margaret Mitchell).