Terremoto del Belice 50 anni fa. Il racconto della tragedia in una mostra fotografica

Dal 28 gennaio, la Fondazione Sant’Elia ospita gli scatti di chi allora corse sul luogo, il primo giornale radio, la vita nelle baraccopoli, la voglia di rinascita attraverso l’arte

di Gilda Sciortino

Un vero e proprio patrimonio di storia, cultura, umanità raccolti e giunti a noi. Sono gli scatti dei fotoreporter che giunsero sul posto, il primo servizio del radio giornale, i filmati degli archivi Rai che diedero la notizia del terribile terremoto che cinquant’anni fa distrusse il Belice.

Il terremoto del Belice del gennaio 1968 portò un’ondata migratoria in un territorio già in difficoltà prima della tragedia. Molti errori nell’organizzazione e tempestività degli aiuti, ma anche dopo.

Mezzo secolo, neanche così tanto tempo fa, raccontato nella mostra”1968/2018 PAUSA SISMICA. Cinquant’anni dal terremoto del Belìce. Vicende e visioni”,  che si inaugura il 27 gennaio negli spazi della Fondazione Sant’Elia, in via Maqueda 81.

Una tragedia che fa leccare ancora le ferite, primo grande “caso” del dopoguerra che mise a nudo l’impreparazione dei soccorritori, l’inerzia dello Stato, lo squallore dei luoghi dove ancora, nel 1976, 47mila persone vivevano nelle baracche. Le ultime 250 furono distrutte nel 2006.

Erano le 16.48 quando la terza scossa fece sbriciolare i muri di Gibellina, Menfi, Montevago, Partanna, Poggioreale, Salaparuta, Salemi, Santa Margherita e Santa Ninfa, seguita nella notte, alle 2.33 in punto, da un’altra così tanto  violenta da avvertirsi  fino all’isola di Pantelleria.

Niente, però, al confronto di quella che sarebbe arrivata alle 3.01, assolutamente devastante, che  cancellò il Belice,  con i soccorritori, davanti ai quali, una volta raggiunta la valle del Trapanese, percorrendo strade distrutte, si presenterà un paesaggio lunare, paradossale, senza vita.




Il terremoto che squassò il Belìce cinquant’anni fa – nella notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968 moriranno quasi 300 persone, ma il numero esatto non si saprà mai), 1000 furono i feriti e 70mila gli sfollati – rase al suolo paesi abitati soprattutto da vecchi, donne e bambini, visto che gli uomini erano emigrati in cerca di lavoro. E portò alla luce una realtà sconosciuta, quella della Sicilia rurale e arretrata che lo Stato aveva dimenticato.

Un inverno gelido, il 1968, come quello di oggi. Nel Belice una popolazione abbandonata a se stessa. Migliaia rimarranno nelle baracche per decenni.

Curata dalla Fondazione Orestiadi e coprodotta dalla Fondazione Sant’Elia, in collaborazione con il Comune di Gibellina, la mostra si districa tra temi e sezioni che, nel loro intrecciarsi, restituiscono la complessità dell’accaduto. Si parte dalla notte del terremoto: gli scatti dei fotografi – Enzo Brai, Nino Giaramidaro, Melo Minnella, Nicola Scafidi – che si precipitarono nella Valle, i primi documenti video, il periodo nelle baracche firmato da Letizia Battaglia.

Alla ricostruzione e a Gibellina Nuova è, poi, dedicata un’intera parte che esplora l’urbanistica, le architetture, le sculture attraverso i modelli delle opere realizzate.

C’é, infatti, anche il progetto urbanistico per Gibellina Nuova, insieme ai bozzetti dei monumenti e alle opere degli artisti che, raccogliendo l’appello del sindaco Ludovico Corrao, parteciparono al tentativo di ricostruzione del territorio nel segno dell’arte.

1968/2018 PAUSA SISMICA” , importante da visitare da parte di chi non ha mai approfondito ma anche di chi ha bisogno di ricordare, si potrà visitare sino al 13 marzo: da martedì a venerdì, dalle 9,30 alle 18,30; sabato e domenica, dalle 10 alle 13 e dalle 15,30 alle 18,30; chiuso il  lunedì. Info e prenotazioni: info@orestiadi.it.




In questa galleria fotografica, un’anteprima della mostra con una selezione di fotografie