Nel pozzo senza fondo dei costi-Brexit tra falchi e barbagianni

di Gabriele Bonafede

 

Theresa May sarà presto a Bruxelles per cercare di riavviare i negoziati sulla Brexit arrivati a un punto morto. In Gran Bretagna, la premier britannica guida un governo di coalizione dove il suo partito è profondamente spaccato tra i “falchi” e le “colombe”, o più precisamente i “barbagianni”. Mentre cala la motte della Brexit, si addensano naturalmente le creature tipiche delle ore piccole attraverso la densa foresta politica di Londra. E quell’orologio famoso in tutto il mondo punta così dritto dritto, in alto, verso le nuvole più nere.

Le nuvole si addensano su Londra sopra un pozzo di costi-Brexit senza fondo

I falchi, vorrebbero una Brexit “dura”, ovvero anche senza un accordo con la UE. I barbagianni vorrebbero un periodo di transizione, ma che è come andar di notte.

In ambedue i casi si profilano costi aggiuntivi a quelli già in essere. Tra gli immensi costi della Brexit sono da registrare quale lista purtroppo parziale, il crollo della sterlina (che si situa stabilmente intorno al 10% rispetto all’Euro dal giugno 2016), il soffocamento della crescita economica, l’inflazione, l’emorragia di imprese e di risorse umane.

Ma anche il conto di circa 80 miliardi di euro che la Gran Bretagna deve pagare all’Unione Europea, i costi vivi per la creazione di un’amministrazione per gestire la stessa Brexit e i negoziati, nonché gli enormi e inutili investimenti che servono per adeguare tutto il sistema doganale e le sue infrastrutture alla nuova situazione.




Ma non è finita. Oltre a tutto questo si scopre che la stima iniziale dei costi era molto ottimistica. Vanno infatti aggiunti i costi derivanti dalla riduzione delle esportazioni, dalla riduzione del commercio, dall’impatto inflazionistico futuro e non già avvenuto, e tanto altro. Costi già previsti, ma che si vanno aggiornando e chiarendo all’avvicinarsi dell’uscita della Gran Bretagna dall’Europa.

Nell’aggiornare questi costi, come da recenti report pubblicati dall’OECD o dal Financial Times, ci si rende sempre più conto che l’impatto della Brexit sull’economia britannica, e anche su quella europea, saranno semplicemente giganteschi. Si profila un pozzo senza fondo dentro il quale finirà gran parte del denaro pubblico e privato e creerà ulteriore miseria.

Scenari preoccupanti, con giganteschi costi economici e sociali dovuti alla Brexit. Fonte: OECD

Pesante il commento dell’OECD già a giugno di quest’anno: “The United Kingdom faces a long-standing decline in its export market share. Its less affluent regions, which mainly export manufacturing and agricultural products, are exposed to the risk of global protectionism, which could lower incomes and raise inequality”. Qui la fonte in inglese .

In italiano: “Il Regno Unito affronta un prolungato declino della sua fetta di mercato nelle esportazioni. Le sue regioni meno ricche, che esportano soprattutto prodotti industriali e agricoli, sono esposte al rischio del protezionismo globale che può abbassare i redditi a aumentare le disuguaglianze.” Da leggere altre parti del report anche qui .

Questo enorme conto, che dovranno pagare i cittadini britannici molto più di quelli europei, sarà particolarmente grande e debilitante se dovessero spuntarla i “falchi”. Ma non sarebbe molto di meno nel caso la spuntassero i “barbagianni”. Insomma, come volar di notte tra i rapaci.



La discesa della sterlina non è detto che faccia recuperare il Regno Unito in competitività. Fonte: OECD

Vanno aggiunti i costi derivanti dalla ridotta credibilità politica della Gran Bretagna a causa della Brexit. Tra i negoziatori dell’Unione Europea ci si inizia infatti a chiedere quale sia effettivamente ciò che vorrebbe il governo di Theresa May. Il quale non riesce a districare lo spaventoso groviglio nel quale si è cacciata e nel quale si è cacciata tutta la Gran Bretagna con la Brexit.

È infatti immenso il numero di accordi che andrebbero analizzati, negoziati e poi siglati uno a uno in innumerevoli settori: dal commercio ai diritti dei cittadini, dall’ambiente all’aviazione civile, dal controllo delle frontiere ai rapporti con tutti gli altri Paesi del globo, una volta cancellati con l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.

Si tratta di migliaia di accordi che erano regolati grazie alla legislazione europea della quale faceva parte la Gran Bretagna e via via posti in essere durante svariati decenni. Un incubo amministrativo che avrà costi ancora più profondi di quelli calcolati finora.

I cittadini britannici, anche quelli che hanno votato sì alla Brexit, iniziano a chiedersi che senso abbia tutto questo. E a capire che Farage & C. hanno fatto carriera politica sulla base di bugie colossali.