Uno che fabbricava magliette

di Daniele Billitteri

Il cielo era coperto ma non pioveva, perfetto. Era coperto- mi dissi – nel rispetto del lutto, non pioveva nel rispetto di noi che in piazza Massimo cantavamo il nostro dolore di ragazzi sedicenti rivoluzionari che provavano ad essere seducenti ribelli. Allora avevo neanche 16 anni e ora ne sono passati cinquanta.

La foto di Alberto Korda – Museo Che Guevara, Havana Cuba, Pubblico dominio (tratta da Wikipedia) che è ormai su milioni di magliette

Ne ho seppellite di bandiere, tante foglie del mio albero genealogico si sono ingiallite o sono volate via al primo refolo di Maestrale. Troppe cose sono invecchiate con me, da molti miti a un po’ di vino. Ma il Dorian Gray della mia vita si chiama Ernesto Guevara, detto “il Che”.

E mi riempie della sua eterna gioventù dopo avere stretto davanti a me un patto indelebile con l’Aldilà. Ma sono io, non il diavolo, ad avere comprato la sua anima. Perché il Che ha resistito a tante delusioni, ha continuato ad alimentare residue speranze. Esempio? Parola banale.

Ma sì: duro e puro, irriducibile, incorruttibile, morto per la causa. Ce n’è abbastanza per conquistarsi il titolo di Esempio. Ma il Che che ho amato io è quello che, prima che tutto accadesse, ha girato in lungo e in largo il Continente latino americano sulla sua inglesissima Norton 500, una moto di culto per gli appassionati.

Viaggiava con lui il suo bisogno di conoscere, di vedere le cose coi suoi occhi prima di leggere il Manifesto (quello di Mark e Engels) o Stato e Rivoluzione di Lenin. Il Che era medico. Curava le persone fino al crudele paradosso del convincersi che per curarli meglio bisognava uccidere altre persone. La Legge della Rivoluzione che, come disse qualcuno, non è un pranzo di gala.




Il Che con Fidel con Camilo, coi versi di José Martì, al canto di Cuba Libre, prima che diventasse un aperitivo, fece il suo dovere ideologico e prese il Potere. Fu pure ministro ma sta cosa non gli piacque nemmeno un poco e se ne torno nella giungla a fare il suo mestiere, fucile in mano.

Nati Stanchi, il Che? “Che ne so, uno che fa magliette…”

Troppo epico? Ma no, troppo vero. Anche perché sbagliò. In Bolivia i campesinos in nome dei quali aveva preso le armi contro la dittatura, erano piuttosto conservatori e non lo aiutarono tanto quanto si sarebbe aspettato.

E rimase solo con un grappolo di uomini fino all’agguato mortale. Quello che secondo i coltivatori di miti, fu il coronamento di un turpe tradimento reazionario. Non fu forse così anche coi 33 denari di Giuda?

Tutto quello che volete, ma il Che ha marciato, camminato, riposato accanto a me. Non si è mai allontanato.

Ma non ha fatto di me un tenero nostalgico perché la sua immagine bellissima col basco e la stella rossa è un’icona planetaria e mi fa tanto pensare alla foto di Falcone e Borsellino. Se volete i nostri Che Guevara.

Per questo mi ha fatto ridere fino alle lacrime, amare, la fulminante battuta di Ficarra e Picone in Nati Stanchi, quando Valentino chiede a Salvo chi fosse sto Che Guevara, Salvo risponde: “Che ne so? Uno che fa magliette.”

Beh, altro che Benetton. Hasta siempre Comandante.




Foto di Che Guevara nel testo (ma anche nelle magliette) tratta da Wikipedia. Di Alberto Korda – Museo Che Guevara, Havana Cuba, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6816940. Fotografia di Che Guevara scattata dal fotografo cubano Alberto “Korda” Gutierrez (1928-2001), durante il memoriale per le vittime dell’esplosione de “La Coubre”, un mezzo militare belga esploso nel porto di Havana il 5 marzo 1960, in cui morirono 136 persone. Il quel periodo, Korda era un fotografo facente parte dello staff della testata giornalistica cubana “Revolution”. Utilizzò una fotocamera Leica per scattare due frame del soggetto, che apparve brevemente sul palco durante un lungo discorso di Fidel Castro. Questa immagine non è completa, ma solo un cropping della parte centrale. La fotografia originale (misure 15,2 x 25,4 cm) fu intitolata Guerrillero heroico (letteralmente “guerrigliero eroico”).