Si spaccia per Dio e trova lavoro a Palermo

di Gabriele Bonafede

Sembra uno dei titoli paradossali di Lercio. Invece tutto nasce in Francia nel 1995 ed è poi la magia del teatro a far vivere un paradosso. Che poi, tanto paradosso non è: per trovare veramente un lavoro a Palermo si deve essere come minimo un dio. Oppure l’opposto esatto.

Paride Benassai e Maurizio Bologna in Il curriculum di Dio, regia do Alfio Scuderi

Anche perché, il palermitano a Palermo, non trovandosi a Londra o Parigi, spesso non cerca un posto di lavoro ma un posto di stipendio.

Francia 1995: Jean-Louis Fournier, uno dei più prolifici e geniali scrittori e autori televisivi d’oltralpe, pubblica “Il curriculum di Dio”. Un delizioso “saggio”, che immagina Dio, sostanzialmente quello cristiano che si è già fatto uomo una volta, scendere di nuovo sulla terra in cerca di lavoro.

Ovviamente, in Francia, persino Dio cerca lavoro presentando un curriculum. Non così in Italia dove è più utile una partita di calcetto o una catastrofe. Meno che mai a Palermo, dove i metodi per trovare lavoro sono avvolti da misteriosi contorni e mistici fumi rituali.




Ecco, qui avviene il miracolo. Un miracolo a scala ridotta, di quelli immaginati da Massimo Troisi e Lello Arena in “Ricomincio da tre”: “miracolo…” anziché “Miracoloooo!!!”. Ma sempre miracolo è. Quanto meno artistico: immaginare l’evento quasi soprannaturale di Fournier a Palermo anziché a Parigi. E qui se ne vedrebbero delle belle. Molto più che in Francia, per motivi quanto meno ovvi.

L’intuizione è di Alfio Scuderi, che quattro anni fa aveva già provato in laboratorio un adattamento in “rosanero” de “Il curriculum di Dio”, di Jean-Louis Fournier, facendone protagonisti Paride Benassai e Marcello Mordino al Teatro Monevergini.

In questi giorni lo mette in scena con parterre e respiro più ampio, chiamando la musica dal vivo di Lello Analfino (e altri, in altre repliche), per la stagione estiva del Teatro Biondo di Palermo a Villa Filippina. E a fianco di Paride Benassai c’è adesso Maurizio Bologna che legge il proprio ruolo in una maniera particolare.

Maurizio Bologna in Il curriculum di Dio

Il risultato è delizioso. Dio (Benassai) trova veramente “lavoro”, che sia Dio o meno. Anche perché il datore di lavoro (Bologna) non si veste del potente dirigente di una multinazionale francese, ma di un piccolo impiegato statale che da Palermo vorrebbe quasi scappare, se non fosse che ha già un posto di stipendio tutto per se.

Trasformando le numerose gag dal francese al palermitano, e da Parigi a Palermo, tutto diventa più paradossale, e quindi più reale. Perché la realtà, soprattutto a Palermo, supera spesso il paradosso e l’immaginazione. L’immedesimazione di una platea siciliana, che notoriamente si sente Dio in terra, è dunque completa. Risate e applausi fioccano.

Anche perché Benassai e Bologna, corroborati dalla densa atmosfera di canzoni siciliane firmate Analfino, dipingono un dittico che può esistere solo sulla Conca d’Oro: uno che in fin dei conti si sente Dio da un lato, e uno che si spaccia per Dio dall’altro. Chi è l’uno o l’altro?




Ancorché sappiamo già che uno si presenti quale Dio, la discussione filosofica semiseria immaginata da Fournier vola sulla spiaggia di Mondello come sui venti di Monte Pellegrino, nutrendosi di dubbi esistenziali e morali particolarmente assolati. Arrivando al paradosso conclamato e riproponendo comunque la domanda sulla presenza o meno di Dio. Aggiungendo l’anelato conforto di un posto che porti stavolta da fare oltre allo stipendio?

La risposta sembrerebbe ovvia. Ma, vedere per credere. Ça va sans dire.