Tutto quello che non volevate sapere sulle elezioni a Sindaco di Palermo

di Giovanni Rosciglione

Siamo a quattro giorni dal voto per eleggere il Sindaco di Palermo. Sono invece almeno 200 i giorni di campagna elettorale del Sindaco uscente: una campagna elettorale in crescendo; una galoppata degna della carica di Balaklava: epica, rumorosa e polverosa.

Palazzo delle Aquile a Palermo sede del Comune con Sindaco Orlando. Foto di Gabriele Bonafede

Dopo l’elezione nel 2012 ottenuta rovesciando il tavolo delle primarie del centrosinistra, attaccando il vincitore e mortificando anche Rita Borsellino, si autocandida come l’unico Re di Palermo per volontà divina. E forse vincerà diventando Sindaco per la quinta volta. Tra 4 giorni sarà in corsa per la sesta volta. Tutto legittimo, anche se non tutto normale.

Infatti, nella kermesse di presentazione della sua candidatura, ad una folla esaltata, entusiasta e felice, dice testualmente che questo nuovo quinquennio di sindacatura gli servirà per scegliere il “suo successore”. (Un po’ come la Signora Elisabetta Tudor, nel suo piccolo…).

Questo è un punto cruciale: Palermo è, sul piano della mobilità sociale, una città ferma: stagnante come una palude. Lo è in termini assoluti: tutti sappiamo che abbiamo il primato di giovani di qualità che emigrano per trovare un lavoro adeguato. E lo è anche nella politica, nella formazione di una vera classe dirigente rappresentativa. Ferma, bloccata.




Guardate l’elenco dei candidati: figli, nipoti, cognati, famigli. Non vi arrivano telefonate o messaggi del tipo: “ma lo hai visto che Gigetto mio è candidato?”. L’abbiamo visto. Lo abbiamo visto.

Panormus, Palermo, panorama da Monte Pellegrino. Foto di Gabriele Bonafede

Io, ma non solo io, non ho nascosto la mia assoluta decisione di non votare per Leoluca Orlando. Non è una novità perché l’ultima volta che lo ho votato è stato nel 1997 (20 anni fa) nella sindacatura che lui stesso troncò dimettendosi e candidandosi a Presidente della Regione Siciliana contro Totò Cuffaro (sic).

Perse e si tuffò in una sgangherata carriera politica di colore bianco, verde arancione, che lo ha visto in Parlamento, Portavoce di IDV di Di Pietro, Presidente della Commissione Parlamentare contro la malasanità (ci sarebbe da scriverci un libro…).

Sindaco di Palermo, per 9 anni, divenne allora Diego Cammarata (che ho sempre affettuosamente chiamato Don Diego Cammarata de la Cuba y Miccichè). Fu confermato anche nel 2007 con il 52,53% dei voti contro il nostro Orlando che, manco a dirlo, lo denunciò per brogli.

Dico questo, perché in questi ultimi anni, se ti capitava di non poter uscire da casa perché un muro di rifiuti ti impediva di aprire la porta, la squadra dell’Orlandina ti rispondeva: “Ma la colpa è di Cammarata!”. E così per ogni lagnanza sull’amministrazione comunale.

Mi è capitato più volte (sino a stamane) di rispondere: “ma guarda che, anche se fosse vero, Cammarata lo ha voluto Orlando”. E, a questo punto, giù insulti: traditore, amico di Cuffaro, Piduista! E allora, visto che ormai tutti hanno un’estrema facilità a dimenticare le cose che non piacciono, vi riporto questo articolo di Sebastiano Messina del 2001 su Repubblica.

Il PD-Palermo può sempre mixare l’Amleto con l’Orlando Furioso…

Aggiungo che io personalmente mi sono accorto di come l’intera squadra (molti dei cui componenti anche oggi fanno “tartaruga” intorno al Sire) si spese sfacciatamente per il Forzaitaliota, abbandonando palesemente quel gentiluomo di Francesco Crescimanno, che si era candidato per puro senso civico e contro i suoi personali e legittimi interessi di grande avvocato. Il racconto di Messina è inoppugnabile.

Ovvio che quando affermo che Cammarata lo ha voluto Orlando uso retoricamente un paradosso, ma la realtà è che nel suo Regno il succitato non vuole successori se non scelti da lui: quindi meglio Cammarata, che un candidato scelto da un gracile centrosinistra e stimato da quel poco di società civile libera e moderna che da noi sopravvive.

Se questo serve poi anche a fare finta di dare una mano a “uno di famiglia” come Ciccio Musotto, meglio. Ma certo non si sprecò neanche per lui.

E sì, perché l’articolo svela anche la intelaiatura della nostra società: “…. Seduto al tavolo d’angolo di un ristorante amico, Musotto socchiude gli occhi oltre i suoi occhialini tondi e conferma: “Sì, la mia è stata una ribellione. Contro lo strapotere partitico. Contro i mezzi ommini che credono di essere i burattinai di questa città”. Anche lui racconta qualcosa che doveva andare in un altro modo, ma stavolta è la storia di un non possumus, non quella di un gran rifiuto. “Tutti mi dicevano che sarei stato io il candidato sindaco. Lo davano per scontato. Tutti, compreso Miccichè. Il quale una sera mi invitò a cena con Lo Porto di An e fece un brindisi ‘al sindaco Musotto’. Poi mi chiamò a Roma e mi fece: ‘Il candidato sei tu: organizzati!’. Io lo presi in parola, mi organizzai. Ma poi scese il silenzio. Presero a circolare le voci, mi arrivò qualche telefonata, uscì un articolo, insomma scoprii che il candidato era un altro. Ma nessuno, né Micciché né Berlusconi, mi ha mai spiegato perché. Mai, capisce?”.

 “Ora, siccome Musotto non è uno qualunque, ma uno che ha avuto come avo Francesco Ugdulena, che fu governatore della Sicilia Orientale, come nonno il deputato socialista Francesco Musotto, che avendo rifiutato a Mussolini il suo voto alla legge sulla pena di morte fu nominato dagli americani Alto commissario della Sicilia liberata, come zio il comandante Alfredo Musotto che volle affondare da solo col suo sommergibile colpito dagli inglesi, come madre la pittrice Rosanna Piazza che vanta 71 personali in tutto il mondo, come compagni di liceo e di università Leoluca Orlando, Sergio D’Antoni, Carlo Vizzini, Vito Riggio e Giuseppe Provenzano, quando uno così lascia vuota la sua sedia nel Polo e va a sedersi da solo semina il panico di qua e di là. A sinistra, perché molte facce che stavano accanto a Orlando sono riapparse accanto alla sua, come quella di Pippo Russo che fu coordinatore regionale della Rete o di Enzo Caruso che dell’ex sindaco era il segretario particolare. A destra, perché Musotto ha il potere della Provincia e il consenso della Palermo bene, la simpatia dei carcerati (che lo hanno accolto come una star, quando lui è andato a festeggiare all’Ucciardone il giorno dei morti) ma anche il voto di Elvira Sellerio, della vedova del procuratore Costa e del cardiochirurgo Marcelletti, addirittura capolista.”

Giuseppe Tomasi di Lampedusa… Marìa! Non ci guardi così!

Ho citato questi paragrafi dell’articolo di Sebastiano Messina, perché confermano quello che, nella mia modestia, sostengo da anni: Palermo ha una struttura sociale Feudale e familistica. Una Babele senza ascensore. O accetti il vassallaggio feudale o sei nulla.

Ho scritto anch’io qualcosa su questo modello e sulle sue ascendenze storiche, ma è ovvio che suona più fascinosa la voce di intellettuali reclutati che affermano invece che Palermo e la Sicilia sono cambiate e non bisogna più piangerci addosso: “abbandoniamo i luoghi comuni del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa ed entriamo nella modernità”, dice ad esempio Gaetano Savatteri.

Forse dimentica, Savatteri, che quel libro è un libro del ‘900 e che Lampedusa non parlava solo della Sicilia risorgimentale, ma della Sicilia di ieri e di oggi. E Lampedusa non era Camilleri con le sue piccole e divertenti storie di successo. I commissari di oggi si chiamano Giuliano e non Montalbano, purtroppo.

Orlando – ma questa non è una colpa è solo una constatazione – è il punto convergenza ideale di questa stratificazione sociale, dove nuovi Don Sedara rafforzano la debole linfa di qualche aristocratico che si è mangiato tutti i soldi delle lottizzazioni con Cancimino e viene ammesso a corte.




Il nostro Sindaco è poi il beniamino di quella categoria socio-antropologica della sinistra che io chiamo “dei Ricchi Pentiti” e dei “Radicali perdenti”. I Ricchi Pentiti (che nella tradizione protestante sono i magnati che fanno i mecenati,) da noi sono quelle persone o famiglie che a torto o a ragione si vergognano dei loro privilegi e – con forse incosciente furbizia – si buttano verso una sinistra talmente radicale che (rassicurandoli) nulla può cambiare (vedi De Benedetti). Il Perdente Radicale – figura creata dal filosofo matematico Hans Magnus Enzensberger – è invece quello che per comodità e posa tiene a svalutare sempre di più quello che ha e a ingigantire quello che manca (vedi tutti gli extraparlamentari che Orlando si tiene in Giunta).

Piazza Pretoria e il Municipio di Palermo. Foto di Gabriele Bonafede

Ci sono i salotti, ci sono i circoli (non ci sono più i partiti), c’è la prima Comunione della nipotina della zia Cicì nella villa di Cefalù: “ne parliamo lì, ora sono impegnato”.

E la città? Tre quarti di Palermo è fuori dalla legalità, il Comune è sull’orlo del default, ma che importa: ci sono le feste (l’amico Dario Franceschini mi ha regalato il titolo della Capitale della Cultura 2018 sbaragliando Vasto, Recanati, Erice e Roccacannuccia), riapriamo la Fiera del Mediterraneo e ricandidiamo persino Stapino Greco. Orlando è diventato egli stesso un bene Unesco patrimonio dell’umanità. Il Professor Puglisi ha già istruito la pratica.

Après moi le déluge!”, borbotta Luigi Orlando XV, appena qualcuno accenna pacatamente all’opportunità che lasci il passo ad un altro o un’altra. Ferrandelli è una di quelle teste, per esempio.

E io non parlo di Orlando che tratta con Lima e Ciancimino per essere rieletto Sindaco di Palermo (sì, potete “stricarvi ‘n tierra”, ma politicamente fu così), in cambio dell’appoggio che anche del Pci e società civile davano ad una Giunta Provinciale con Presidente il cianciminiano Di Benedetto con Vice Presidente quel galantuomo di Mario Barcellona.

Quella è tutt’altro che una colpa: ha fatto bene! In politica i compromessi valgono pure col diavolo, se si ha un’idea, una visione culturale e sociale. Anch’io ero d’accordo. Dalle Giunte Pentacolore, sino a metà degli anni ’90 la Palermo politica visse una stagione degna, e cambiò nel mondo la sua immagine. Diede speranze a chi voleva vivere in un’altra città.

Essere o non essere?

Poi la crisi ideologica e politica fece prevalere il personalismo al progetto, la persona ai partiti, il racconto all’efficienza reale.  E Orlando stette al gioco forte del fatto che nella sua città – da tempi immemorabili – si preferisce essere sudditi che cittadini.  A me questo non va. Non più. Il Sindaco, al Referendum del 4 dicembre ha fatto votare no e si è accodato al coro dell’incostituzionalità dell’Italicum col ballottaggio, ma oggi punta ad una rielezione col ballottaggio al 40%.

Lo scenario che si presenta all’elettore palermitano non è certo esaltante. I candidati a Sindaco sono quelli che sono. L’esercito dei possibili consiglieri è, con qualche eccezione, ineffabile. Per tutti. Chiunque vinca non potrà realmente fare molto per cambiare le cose. Soprattutto in questo clima di rancida rissosità.

Ma chiunque vinca non sarà nemmeno un dramma, la guerra civile, la mitragliatrice nel cortile. Penso che il gioco democratico è per tutti troppo sacro per interromperlo. Io ho detto la mia (e non sono obbligato a farlo). Il voto disgiunto mi consentirà di non essere troppo politicamente scorretto.

Ma non posso chiudere queste mie riflessioni con onestà mentale se non sottolineo anche che, se siamo a questo punto, grosse responsabilità ha quello che io continuo a considerare il mio Partito: il PD.

Una sinistra moderna, riformista, coraggiosa (sapeste quanto servirebbe a questa Palermo) ha abdicato al suo ruolo e in una città emblematica e problematica come la nostra, paralizzata da un ottuso frazionismo di corrente, ha finito per sciogliersi, annullarsi nella equivoca sbobba di listoni nati al grido “non voglio i partiti!”.

Non voglio i partiti equivale a dire non voglio la politica. Quando le elezioni si saranno concluse, dovremo pur pensare a provarci. Con fatica e passione. Ma questa è un’altra storia.

 

In copertina, il Palazzo delle Aquile, sede del Municipio di Palermo (foto di Gabriele Bonafede). Tutti i diritti riservati.